Dalle indicazioni del Ministro Speranza ai dati del rapporto Nomisma-CRIF: si prevede un’estensione storica del lavoro agile.

Il Ministro della Salute Roberto Speranza, tra le iniziative per contrastare la seconda ondata di Covid-19, ha indicato una quota di dipendenti in regime di smart working nella Pubblica Amministrazione fino al 70% degli impiegati. Contemporaneamente, sono stati presentati a Bologna i dati emersi dall’Osservatorio “The World after Lockdown” curato da Nomisma e CRIF. Da oltre sette mesi sono stati analizzati in maniera continuativa l’impatto della pandemia COVID-19 sulle vite dei cittadini grazie al coinvolgimento di un campione di 1.000 italiani (18-65 anni) e in materia di lavoro lo smart working si prevede rimanga un punto fisso anche per il 2021.

Il fenomeno dello smart working ai tempi del Coronavirus.

Secondo Nomisma – CRIF, erano meno di un milione (il 3% sul totale degli occupati) nel 2019 i lavoratori in modalità lavoro agile nelle imprese private in Italia. Prima del Covid-19 un fenomeno di nicchia: l’azienda decideva se renderlo disponibile in base alle necessità e alle policy di welfare aziendale. Ma il lockdown e i provvedimenti emergenziali lo hanno reso indispensabile per tutti a partire da marzo. È uno smart working in deroga, cioè attivato senza contratto e coinvolgimento delle parti sociali ma in qualche modo ha funzionato. Durante la fase più critica della pandemia, la percentuale di lavoratori “agili” cresce fino al 34% sul totale degli occupati, coinvolgendo circa 7 milioni di lavoratori. Di questi, la maggior parte appartiene al settore privato, mentre circa 2 milioni lavorano nella Pubblica Amministrazione.

Con i dati ricavati dopo la profilazione del campione si può fare l’identikit dello smart worker italiano. Quasi uno su 3 appartiene alla generazione Millennial, vive al Nord (27% contro il 18% del Centro e il 22% del Sud) ed è di sesso femminile (27% contro il 22% degli uomini).

La propensione allo smart working è più forte nelle aziende grandi (31% la quota di chi lavora in remoto nelle aziende con oltre 250 dipendenti – contro il 14% di quelle con meno di 50 addetti), nelle multinazionali (dove la quota di chi ad oggi lavora in remoto arriva al 53%) e in ambito pubblico (44%). Nel privato, i settori che contano un maggior numero di smart workers sono Informatica e Telecomunicazioni, dove la quota di lavoratori da remoto si arriva al 56%“.

Vantaggi e svantaggi dello smart working da Coronavirus.

Se ne è parlato molto negli ultimi tempi in termini di vantaggi e svantaggi della situazione creatasi a causa della pandemia e i dati del campione confermano quanto già emerso da subito. Bene la flessibilità e la riduzione degli spostamenti ma anche difficoltà in termini di spazi adeguati e sentimento di isolamento.

2021 l’anno dello smart working diffuso.

Per il 2021 Nomisma stima che il 16% dei workers italiani svolgerà ameno una giornata di lavoro da remoto (oltre 3 milioni di occupati). È opinione comune che il lavoro agile tenderà a diventare un fenomeno strutturale, tanto da innescare un forte cambiamento culturale in tutti i soggetti coinvolti, dai lavoratori alle imprese alle istituzioni fino ai sindacati.

L’auspicio di tutti è quello di avere uno smart working meno emergenziale e più efficace. Infatti, dai risultati dell’indagine, il 74% degli italiani evidenzia l’imminente necessità di ricevere una formazione sulle potenzialità dello smart working e sulla digitalizzazione del lavoro. In conclusione, perché il lavoro agile sia una vera opportunità, gli intervistati sentono la necessità anche che sia modulato lasciando al lavoratore stesso la possibilità di decidere se, quando e dove effettuarlo.

In sette mesi il Covid-19 ha fatto una rivoluzione del lavoro, in un anno potrebbe davvero cambiare tutto un modello organizzativo?

Foto: Il ministro della Salute Roberto Speranza – Getty Images.