Smart working magazine ospita una riflessione di Giovanni Scansani, consulente aziendale e docente a contratto all’Università Cattolica di Milano – presso la quale coordina il Laboratorio “Progettazione dei Piani di Welfare Aziendale” – e collabora con l’Università Milano Bicocca al Master in Management del Capitale Umano. Nel 2020 è uscito il suo libro Welfare Aziendale: e adesso? scritto con il sociologo Luca Pesenti (prefazione di Marco Bentivogli) e nel 2022, sempre con Pesenti, Smart Working Reloaded – Una nuova organizzazione del lavoro oltre le utopie.

Con il ritorno alla disciplina ordinaria applicabile alla maggioranza dei lavoratori (fanno eccezione i “fragili” sino alla fine di marzo prossimo venturo e il perdurante sistema di alcune “priorità”) e con la cessazione dell’impostazione emergenziale sganciata da ridisegni organizzativi, il lavoro agile è adesso padrone di sé stesso. 

Meglio e molto di più che prima della pandemia, perché abbiamo alle spalle una lunga esperienza – prima sostanzialmente assente – che possiamo adesso capitalizzare, pur se maturata anche passando da evidenti errori o per la scorciatoia della semplice remotizzazione del lavoro senza alcuna progettualità sottostante. 

Adesso si può (si deve) partire dalla prospettiva culturale che deve guidare manager e lavoratori in questo cambiamento epocale che non è ancora una rivoluzione, ma una lunga, complessa trasformazione. 

Anche i lavoratori, al pari dei “capi”, devono ripensarsi nei processi in atto avendo contezza del fatto che non tutti sono pronti a farlo, non tutti ne hanno voglia e molti non sanno nemmeno da dove cominciare. 

Le guide offerte dalla contrattazione, con i molti accordi aziendali sin qui sottoscritti (alcuni certamente innovativi e all’avanguardia), ci dicono alcune cose importanti, ma sono per lo più quelle pratiche ed operative che lasciano scoperta un’area che non può essere contrattata: quella dell’approccio culturale, del desiderio (e della capacità) di riprogettare l’organizzazione a partire dal proprio mindset ed accettando, realmente, una sfida che interroga, ad un tempo, la ricerca di maggiore efficienza del lavoro e la sua liberazione da (perdita di ?) alcuni dei tradizionali meccanismi che l’hanno sin qui disciplinato. 

In gioco ci sono, tra il resto, il ridisegno del lavoro e la salvaguardia (anche con nuove modalità di espressione) delle relazioni con le quali esso si esprime.

È a partire da adesso che la stagione del meccanicismo deterministico – sin qui ben espressa dal mainstream che ha impazzato sulla stampa e sui social – deve lasciare il posto a riflessioni più profonde, serie, costruttivamente capaci di segnalare criticità (e qualche rischio) e le reali opportunità che, per essere colte appieno, necessitano non già di automatismi e messianici “avventi”, ma di tempo, di ulteriori sperimentazioni e di sforzi organizzativi di non poco conto… 

Buon Anno allo smart working!