Dopo la sperimentazione del remote working di massa durante la pandemia, al momento la spinta maggiore del lavoro agile deriva dall’opportunità di abbattere i tempi di trasferimento da casa all’ufficio, spesso fonte di stress a causa del traffico nelle grandi città. Oggi ci sono due tendenze date per assodate.

La prima sono i manager, che negli ultimi due anni hanno iniziato a delegare di più. Anche il worklife balance sembra diventato elemento imprescindibile, perché il lavoro ibrido ha aumentato la sensazione di benessere e miglior equilibrio fra vita privata e professionale.

La seconda riguarda le molte realtà che hanno svincolato i lavoratori dal luogo e dall’orario di lavoro, con autonomia di organizzazione sulle modalità operative in cambio di un maggior focus sul risultato. Pure le figure apicali ora non optano più per giorni fissi di smart working, quanto organizzare liberamente il lavoro del proprio team, con ampliata la possibilità di scegliere il luogo nel quale svolgere la propria prestazione.

Tutto come voluto? Insomma, forse siamo andati oltre lo smart working e i dipendenti hanno bisogno di un altro ingrediente. Potrebbe essere un bene se il lavoro agile fosse considerato elemento assodato delle organizzazioni, ma c’è dell’altro.

Quindi, quale posto occupa, tra le richieste dei lavoratori, lo smart working? Quali sono le aspettative per il futuro? A fare il punto della situazione ci ha pensato BCW Expectations at Work, un’agenzia globale di comunicazione integrata, che ha intervistato la bellezza di 13.000 persone in quindici diversi paesi (Italia compresa), ed è riuscita a mettere in evidenza quali siano le principali differenze tra le generazioni e quali i problemi organizzativi.

Il dibattito sullo smart working continua a rimanere aperto, anche se non è più al centro del pensiero dei lavoratori. Il 52% degli intervistati ( 58% in Italia) ha collocato al centro delle proprie aspettative un’occupazione stabile. Al secondo posto, con il 50% delle preferenze, c’è la speranza di avere un posto di lavoro comodo. Al terzo posto arriva lo stipendio e benefit adeguati (49%) e al quarto posto la cultura del lavoro in azienda (48%). Lo smart working arriva solo al dodicesimo posto, con un 44% di preferenze. In Italia, grosso modo, la classifica è simile a quella complessiva internazionale.

Mettendo da parte per un momento lo smart working, i boomers – ossia le persone nate tra la metà degli anni Quaranta e Sessanta – valutano ancora l’ammontare dello stipendio come criterio fondamentale. La Generazione Z – ossia le persone nate tra la seconda metà degli anni Novanta e la fine del Duemila – ritengono che sia più importante la qualità della leadership e la cultura del lavoro. A seguire arriva il salario e la sicurezza lavorativa. I dipendenti della Generazione Z affermano di apprezzare maggiormente le soft skills, come il supporto e l’empatia, che si piazzano avanti di 11 posizioni rispetto alla classifica delle priorità per le altre generazioni.

Millennial, infine, sostengono di preferire i manager che dimostrano apprezzamento e offrono opportunità di crescita.

Come tutte le indagini globali, anche questa risente del momento storico e delle differenze socio-culturali. Resta, tuttavia, l’evidenza della necessità di una cultura del lavoro inclusiva e incentrata sulle persone. Una cultura che valorizzi le persone, ne faccia sentire la voce e dia la priorità al benessere. E una leadership trasparente, dedicata al cambiamento organizzativo.

Sperando che nel frattempo sul lavoro agile non si torni proprio più indietro!

Cover photo: Monday at work @ Jörg Schubert