Il caso della GKN – che produce assi per le auto – è un dramma per l’occupazione nella piana fiorentina. Lì, oltre ai 400 lavoratori direttamente impiegati nello stabilimento di Campi Bisenzio, bisogna considerare l’indotto stimato in almeno un migliaio di persone. Purtroppo non è la prima emergenza occupazionale che accade nell’area metropolitana di Firenze, una delle più industrializzate e ricche d’Italia. 

Lunedì c’erano 10mila persone a manifestare in piazza Santa Croce contro una procedura vergognosa. La missiva ai dipendenti con cui si comunicava la chiusura dello stabilimento è arrivata con una semplice mail. In contemporanea, da Brescia, è giunta la notizia dei 106 licenziamenti alla Timken, company americana che produce cuscinetti e rulli anch’essi componentistica indispensabile per le auto.

Ieri invece c’è stato il corteo a Roma dei dipendenti dello stabilimento Whirpool a Napoli, in sciopero contro la decisione assunta da quest’altra multinazionale di licenziare 340 addetti. Un disastro in una terra dove ogni posto di lavoro è un presidio d legalità.

Tornando al caso della GKN, si tratta anche dell’ennesimo caso di un fondo d’investimento straniero che fa shopping di aziende in Italia, le spolpa e poi chiude tutto quando sono soddisfatti dei dividenti versati agli azionisti.

La proprietà infatti è riconducibile al fondo d’investimenti inglese Melrose, che ne ha preso il controllo nel 2018. L’azienda aveva chiuso in perdita gli ultimi due bilanci dopo anni di guadagni. Ma la crisi del settore automobile (che appunto si trascina dietro il comparto dell’automotive) è stato l’assist per comunicare con 422 mail ai rispettivi dipendenti i licenziamenti. Fa rabbia pensare che con uno stesso click, pochi mesi prima della decisione di chiudere l’impianto, i manager del fondo speculativo hanno incassato 15 milioni di sterline vendendo tra marzo e aprile 8,7 milioni di titoli (dati S&P Global market Intelligence. Il Fatto Quotidiano).

Il lavoro contro il capitale che da economico diventa finanziario.

Ecco se qualcuno volesse un esempio esaustivo per comprendere come funziona e gli effetti che produce la finanziarizzazione dell’economia reale, il caso GKN è di scuola. 

Come facciamo a parlare di etica e cultura del lavoro quando esiste una discrasia così profonda tra le sorti di chi lavora e di chi governa il corrente sistema capitalistico.

Alla Melrose, come agli altri avvoltoi speculativi, importa poco o nulla cosa si produce e vende. Interessano solo i dati finanziari, quanto profitto si riesce a produrre e quanto dividendo distribuire agli azionisti. 

Il viceministro dello Sviluppo Economico Alessandra Todde, in un’intervista al Corriere della Sera ha dichiarato <<[…] lo Stato non può mettere in discussione la necessità di un’azienda ad un’eventuale ristrutturazione, ma — per quanto riguarda ad esempio il caso GKN — deve pretendere che scelte così dolorose non vengano intraprese senza prima un percorso ordinato e condiviso con tutte le parti sociali>>.

Noi dedichiamo molto spazio alla cultura del lavoro ma difronte a questi casi non posso non esternare tutta la rabbia per come la “workforce” è caduta in disgrazia. Come da risultato sono 50 anni che non c’è paragone tra la remunerazione del capitale rispetto a quella del lavoro. L’Italia non ha più una politica industriale eccetto Industria 4.0 che però è un’iniziativa di finanziamento e non strategico.

In questi giorni che ricorre il ventennale dei fatti del G8 di Genova e la contestazione alla globalizzazione neoliberista, la cronaca ci ricorda che il sistema economico dominante è più violento di qualsiasi rivoluzione.

Se il 2020, a causa del lockdown e la pandemia sanitaria è stato l’anno dello smart working, non vorremmo che con lo sblocco dei licenziamenti il 2021 sia l’anno del “bad working”.