Novità in libreria è il ficcante testo del sindacalista e studioso del diritto del lavoro Savino BalzanoContro lo smart working”, edito da Laterza. Il saggista pugliese ha raccolto già varie recensioni e il nostro magazine non poteva astenersi dal presentarlo.

Partiamo da un assunto centrale nell’impostazione filosofica di Balzano – che poi è la solita del sottoscritto, ovvero la critica “marxista” – e chiave di lettura del libro: 

il rapporto di lavoro è di natura asimmetrica, con una parte più forte, quella datoriale, una parte più debole, quella dei subordinati, dove le leggi dello Stato sul lavoro e i sindacati hanno il compito del riequilibrio.

La trasformazione digitale, accelerata dalla pandemia sanitaria del SarsCoV2, ha cambiato in maniera significativa anche l’organizzazione del lavoro e la sensazione è che non si possa tornare indietro. E qui nasce il dibattito sullo smart working nella fase di superamento dell’emergenza.

In questo dibattito Balzano si inserisce sottolineando alcuni rischi nel medio–lungo periodo che ribaltano i vantaggi e i pregi per i lavoratori nell’immediato. Bene la miglior worklife balance, come la riduzione del traffico, ma attenzione che il “lavoro agile” non si traduca in una sorta di “cavallo di Troia” per le aziende per nuove forme di controllo.

Quindi la normativa deve prevedere una regolazione adeguata a prevenire situazioni da “smart working selvaggio”. Premesso che quello che abbiamo vissuto con il lockdown è stato home working o emergency working, perché è venuta a mancare l’attuazione della legge 81/2017 – che descrive lo smart working come istituto lavorativo senza vincoli spazio temporali e organizzato per fasi, cicli e obiettivi – i rischi striscianti rilevati nel libro sono vari.

Tra questi citiamo la perdita del senso dell’orario di lavoro per ritrovarsi tempistiche invasiva rispetto ai ritmi di vita e possibile sconfinamento nel tempo libero; l’inadeguatezza del luogo dove si svolge lo smart working; rendere più facile l’intercambiabilità dei lavoratori al riparo dai colleghi che non possono più verificare la collocazione dei carichi di attività; sterilizzare ogni tipo di sciopero e ogni tipo di attività sindacale; adozione di software di sorveglianza sul modello call center tali da annullare ogni autonomia; lo sgravio di costi aziendali (affitto, energia, ecc…) facendoli “ricadere” sui lavoratori stessi.

Ecco dunque perché un titolo così provocatorio: conoscendo l’astuzia della nostra classe imprenditoriale e le battaglie di retroguardia della nostra Confindustria, il lavoro a distanza rappresenta una modalità lavorativa che “esacerberà storture già esistenti”.

Interessante anche la ricerca sulla prospettiva storica, il testo compie un excursus dal “pacchetto Treu” alla “Legge Biagi” per arrivare al Jobs Act di Renzi, dove il lavoro agile sembrerebbe iscriversi in un grande disegno di “flessibilizzazione” che in Italia va avanti ormai dalla fine degli anni ‘90, sulla scia di altri paesi europei peraltro.

Molte preoccupazioni dell’autore sono condivisibili ma ci sono delle evidenti lacune. La prima è che questo home working ha permesso una certa continuità produttiva alle aziende nella fase acuta della pandemia e quindi salvato molti posti di lavoro. Poi c’è la questione del costo della vita dei pendolari e soprattutto di chi si era trasferito nelle metropoli e ha sfruttato la situazione emergenziale e lo smart working per ritrovare una dimensione esistenziale più sostenibile.

Magari tornando nei propri borghi, in contesti urbani meno congestionati e dove il costo della vita è più basso.

Un’indagine promossa dalla CGIL insieme alla Fondazione Di Vittorio, che ha coinvolto più di 6.000 tra lavoratori e lavoratrici, ha visto il 94% dei rispondenti confermare che lo smart working fa risparmiare i tempi di pendolarismo, consente flessibilità e lavoro per obiettivi, permette un miglior bilanciamento dei tempi di lavoro e di vita. 

Anche sul pericolo di fine dell’organizzazione dei lavoratori possiamo ricordare l’esperienza dell’associazione South Working o come pure quello che è successo a Torino, dove abbiamo avuto il primo sciopero dello smart working: trattativa e rottura online alla Scai Finance, dopo incontri azienda-sindacati in videoconferenza, con conseguente mancato accordo sulla cassa integrazione. Un’assemblea con i lavoratori ancora attraverso il filtro degli strumenti informatici e poi conseguente decisione di dichiarare quattro ore di sciopero per tutti i 160 dipendenti in modalità di lavoro agile.

Nel complesso, il libro di Balzano rappresenta un’ottima spina con cui pungere la narrazione dominante sullo smart working come soluzione univoca e irresistibile ma, ricordiamo, non si può buttare via il bambino con l’acqua sporca.