Lo scorso 17 dicembre 2021 Guida al Lavoro – IlSole24Ore ha ospitato un intervento curato dall’Avv. Mariano Delle Cave, dall’Ing. Serenella Corbetta e dal Prof. Giovanni Scansani che fa il punto sul contenuto del “Protocollo” firmato il 7 dicembre dal Ministro del Lavoro con le rappresentanze dei lavoratori e quelle datoriali (in tutto ben 26 sigle).

L’articolo (recuperabile a questo link) si pone nel solco di un’analisi realistica di questo documento salutato dalla stampa e da alcuni addetti ai lavori come una tappa fondamentale nel processo di diffusione del #lavoroagile
In particolare, sarebbe stata finalmente riconosciuta l’importanza della contrattazione collettiva, benché il suo ruolo sia tale da sempre perché se il “Lavoro Agile” è entrato nelle aziende lo si deve proprio (ed anche) alla contrattazione (aziendale). 
Semmai c’è da porsi qualche domanda circa l’opportunità che possano essere anche i CCNL ad occuparsi di una materia che è espressione della libertà organizzativa di ciascuna azienda e che solo in ciascuna realtà può essere progettata nel migliore dei modi. E questo nell’interesse dell’impresa e degli stessi smart worker.

Il “Protocollo” è, in realtà, un atto ricognitivo di principi già noti e di norme già scritte da tempo, ivi inclusa la stessa L. 81/2017 che disciplina la materia (il che, forse, spiega la sua ampia sottoscrizione). 
Tuttavia è agevole comprendere che non si attivano, né si diffondono nuovi paradigmi del lavoro con atti “burocratici” (lo stesso termine “Protocollo” è roba vecchia), ma portando sul tavolo proposte realmente innovative per le relazioni industriali e per l’organizzazione del lavoro che possano far fiorire le persone, le loro competenze e le loro capacità, come singoli e come team.  

Non vi è alcuna traccia, ad esempio, della partecipazione diretta dei lavoratori all’organizzazione del lavoro. Cos’è mai, invece, il “Lavoro Agile” se non (anche) una pratica partecipativa, posto che l’accordo individuale che lo istituisce e lo regola è la sintesi di un previo momento di co-progettazione del lavoro tra manager e collaboratore? 


Del resto, non sono proprio gli smart worker un’espressione di quella parte della popolazione aziendale nei cui confronti l’ingaggio verso obiettivi e risultati è più facile perché si tratta della quota di lavoratori più desiderosi di partecipare, di “contare”, di dimostrare le proprie capacità?

Di ciò vi è ben poca o nulla traccia nel “Protocollo”, né il documento ha cercato di agganciare alcuni dei suoi contenuti coordinandoli con altre importanti tappe recenti delle relazioni industriali (es: il “Patto per la Fabbrica”) o con le missioni del PNRR e i target SDGs (che hanno impatto anche sul lavoro), creando così una visione più ampia delle sfide da affrontare*

*testo a cura di Giovanni Scansani.