Sono in contatto con Parvin Afsar da qualche anno su LinkedIn, eppure non ci siamo mai scambiati nemmeno un messaggio. Conosco un po’ la sua storia – imprenditrice, di padre iraniano e madre italiana – che coincide con quella di una piccola azienda delle molte che al nostro paese hanno saputo dare lustro e creare lavoro e che oggi è passata nelle mani dei coreani.

Così quando vedo un suo post che annuncia un cambio radicale nella sua vita, provo a contattarla per chiederle se ha voglia di raccontarmelo. Poche ore dopo mi arriva la sua risposta con la quale accetta volentieri di vedermi.

Inizio dal racconto di questo antefatto perché è qui che torneremo alla conclusione del nostro breve viaggio nella vita di Parvin.

Avviamo la nostra call e mi accoglie con un grande sorriso e la voglia di raccontarsi che trabocca, quella davanti a me è una giovane donna, mamma, imprenditrice, con alle spalle una storia di successi e fallimenti e davanti una nuova vita. Una laurea in Ingegneria e l’azienda di famiglia presa in mano a 28 anni e portata dal 2014 in pochi anni da 15 a 50 dipendenti e da 500.000€ di fatturato a 8 milioni.

Mi racconta che prendersi in mano quella responsabilità è un passo che ha fatto, considerando naturale proseguire e dare nuova linfa a quanto il padre aveva saputo costruire negli anni. La sua è quella che si definisce una storia di successo; l’azienda sotto la sua guida ha conosciuto anni di crescita fatti di una gestione moderna, nella quale la componente umana è stata una delle chiavi.

Nella mia testa immagino che abbia dovuto combattere contro molti pregiudizi e che il suo percorso possa essere stato per questo più tortuoso di quello di altri. Certo l’essere in quella posizione in quanto “figlia di…”, l’essere una donna al vertice in un mondo di maschi e la giovane età a cui corrisponde per forza di cose la poca esperienza, possono essere facili giustificazioni per raccontare i fatti che hanno poi portato a un epilogo triste.

Ma Parvin non cerca nemmeno per un attimo alibi, mi racconta, sempre sorridendo, che le cose non sono state più difficili per questi motivi. Certamente è stato necessario fare in fretta ad imparare ad esempio che se un interlocutore donna poteva essere da ostacolo, nel trattare con clienti abituati ad essere tra uomini, non era poi così difficile stare un passo indietro e lasciarsi rappresentare da collaboratori (maschi) di fiducia.

Molti di noi hanno subito danni economici e incontrato ostacoli a volte insormontabili per portare avanti la propria attività professionale, con quello che abbiamo vissuto, ma nel suo caso, la pandemia si è aggiunta ad una situazione già difficile per il mercato in cui l’azienda operava. Nel suo racconto di quanto accaduto però non sembra che consideri le dure restrizioni poste dall’embargo all’Iran e nemmeno quelle imposte dalla pandemia come ciò che hanno trasformato quell’avventura imprenditoriale in una sconfitta.

Quei fatti contingenti sono stati, ai suoi occhi, la causa scatenante delle difficoltà dell’azienda, qualcosa però che in un certo senso è connaturato al rischio di “fare impresa”. Ciò che invece sembra aver lasciato in lei un segno profondo di quel periodo, è il senso di delusione e frustrazione per essersi affidata alle persone sbagliate per cercare di trovare le soluzioni e l’essersi resa conto che il lavoro aveva preso il sopravvento su tutto.

Di fronte a quanto stava accadendo dice di essersi sentita “persa, raggirata e responsabile” sono queste le parole che sceglie per dire quale fosse allora il suo stato d’animo e proprio da quelle parole è ripartita.

Combattere la sensazione di essere perduti richiede di ritrovarsi come persona, per non farsi raggirare è necessario avere maggiore attenzione verso gli altri per imparare a conoscerli e saperli scegliere e infine sentirsi responsabile significa anche avere consapevolezza che su tutto abbiamo possibilità di intervenire.

Oggi è mamma da pochi mesi e questo quasi sempre porta una ventata di ottimismo e il desiderio di guardare al futuro, ma per poter costruire un futuro è bene saper guardare al passato e trarne insegnamenti. Le chiedo allora cosa le hanno lasciato questi due anni e cosa ha imparato.

Non esita a dirmi che sono stati anni davvero difficili per le vicende lavorative, che hanno anche avuto un forte impatto negativo sul piano personale.

Dice di avere senz’altro imparato quanto sia importante avere intorno a sé le persone giuste anche nel lavoro e che la persona giusta non può e non deve esserlo solo perché in possesso di competenze, ma deve esserlo da tutti i punti di vista, in particolare per quanto riguarda correttezza e partecipazione ad un interesse comune.

Troppi di quelli che sono stati al suo fianco si sono approfittati di lei e della situazione per un proprio tornaconto personale. Non mi è capitato spesso di sentirmi raccontare di un insuccesso con tanta franchezza e senza mai cercare alibi o capri espiatori, nelle sue parole anche quelli che a me sembrano errori di altri diventano suoi sbagli nel fare delle scelte (in questo caso delle persone di cui circondarsi).

Torniamo allora da dove siamo partiti, se questa intervista è stata possibile è perché Parvin in questi due anni ha imparato almeno due cose, che la tecnologia può essere usata per alimentare le relazioni umane e le occasioni di incontro vanno sfruttate se si vogliono avere anche sorprese positive.

Il suo lavoro e la sua vita saranno “smart” nel futuro, quando mi parla di questo, sgrana gli occhi e con aria sinceramente sorpresa mi dice: “non riesco davvero a credere che ci sia chi, dopo quello che abbiamo vissuto non si sia fatto mille domande e pensi di poter semplicemente tornare alla vita di prima”.

Il cambiamento è una cosa seria, non si torna indietro.

Chiudo la nostra chiacchierata chiedendole cosa secondo lei ci riserva il futuro, lei ora sa per certo che nel suo ci saranno maggiori attenzioni per le relazioni con le persone e un equilibrio diverso nelle priorità e nella gestione del tempo. Facile dire che Viola (ma in persiano si chiama Nikou che significa bontà!) verrà sempre prima di tutto e tutti, ce lo diciamo tutti quando diventiamo genitori, ma ho idea che per Parvin non resterà solo un semplice proposito. 

Il suo progetto di lavoro non è più in contrapposizione con la vita extralavorativa, ma le due cose vanno di pari passo.

Non so dove troveremo Parvin tra qualche anno, certamente la troveremo a lavorare in modalità “smart”, conciliando i tempi di lavoro coi tempi di vita, il raggiungimento degli obiettivi con l’etica e so anche che saprà mettere sempre il rispetto al centro anche dei rapporti professionali.

Foto: Parvin Assar da Ducati People