La prima volta che sono tornata a casa, Emma pensava fosse un gioco. 

Non toccarmi amore, devo togliere i vestiti. 

Lei si è messa a ridere, ha fatto finta di rincorrermi e poi è tornata a giocare. È stato così anche per noi medici, all’inizio. Ci guardavamo come compagni di un gioco da grandi, ansiosi di capire quali fossero le mosse degli altri.

Ma tu in ambulatorio metti la mascherina?

I parenti li lasci entrare? Dai, mica si può tenerli fuori.

In mensa com’è, si può entrare in tutino? 

La forza della normalità prevaleva sull’idea del cambiamento. C’erano, i pensieri spinosi, ma raramente li lasciavamo affiorare.

Dicono che a Lodi hanno finito i letti.

Oramai vanno a prendere solo quelli che non respirano, cosa vuoi, non c’è posto per tutti.

Dobbiamo ancora vedere il peggio.

Se non si decidono a chiudere tutto è la fine. 

In quel momento immaginare le bambine a casa era un sollievo. L’unico pericolo per loro eravamo noi genitori. Allora ho tolto quello che potevo: la collana, la fede, gli anelli. Lasciavo la borsa e il cappotto in macchina, le scarpe fuori dalla porta, il cellulare in un sacchetto di plastica. Quando entravo toccavo con il gomito la maniglia e trattenevo il fiato per non farmi sentire. Puntualmente me le trovavo davanti, saltellanti, in attesa del loro abbraccio.

A un certo punto Emma ha smesso di trovarlo divertente. Aprivo la porta e lei scoppiava a piangere, mi rincorreva e protestava. Io alzavo la voce e mi rinchiudevo in bagno. Sotto alla doccia lavavo tracce invisibili, senza riuscire a sentirmi mai davvero pulita. 

Quello è stato il momento della paura, delle mani che sanguinavano sotto al disinfettante, delle strade vuote, dei paesaggi spettrali. È stato il momento in cui l’ospedale si è trasformato: i corridoi deserti, i bar chiusi, noi nascosti dietro all’odore di plastica delle mascherine. Ho smesso di usare il profumo, mi sembrava non avesse più senso. 

Tanti pensieri, troppi, di quelli che ti svegliano la notte e non ti lasciano dormire. Uno, sopra tutti.

Non ce la faccio.

Non ce la faccio come medico. Non ho abbastanza coraggio, e tutto quello che so in questo momento non serve a niente.

Non ce la faccio come mamma. Non sono presente neanche quando ci sono, mi perdo per strada i compiti, gli avvisi e le lezioni.

È stata Emma a insegnarmi come si fa.

Una sera sono tornata a casa, e lei mi aspettava davanti alla porta. Ero pronta a sgridarla, ma si è allontanata. Mi ha guardato da lontano con gli occhi che ridevano, ha preso tutto il suo entusiasmo e l’ha messo in un bacio. Un beso volador, come lo chiama lei. Da allora ogni volta che torno mi riempie di baci volanti, me ne manda dieci, venti, a seconda di quanto è felice. Poi aspetta sul divano che possa finalmente abbracciarla. 

Non è che la paura sia passata, anzi. Ma ho ricominciato a mettere il profumo. Se riesco a sentire i baci di Emma sulla pelle, posso respirare anche l’Acqua di Giò sotto alla mascherina. 

Posso farcela, forse, semplicemente. Magari non come vorrei, ma in qualche modo che un po’ ci assomiglia.

C’è una bandiera italiana fuori da un negozio di fiori, nel paese che attraverso per andare al lavoro. Le serrande chiuse, a rispettare i morti. E un piccolo tricolore, sempre fisso alle pareti. 

Il negozio sarà vuoto da tempo, eppure ogni volta che ci passo davanti riesco a vedere i fiori oltre la saracinesca abbassata, sento l’odore della terra nei vasi, i colori della primavera sugli scaffali.

Ecco, io le immagino così, tutte le mamme medico in questo momento. Chiuse dietro a una divisa ospedaliera, con un vuoto dentro che riempiono di fiori invisibili, per dare il meglio che possono, al lavoro e ai propri figli. Fuori solo una bandiera, discreta ma tenace, che è il segno del coraggio di cui sono capaci.

Dr. Francesca Perticone

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