Uno degli interventi più attesi allo Smart Working Village è quello dell’esperto di formazione di team da remoto e “nomade digitale” Giovanni Battista Pozza. Con questa intervista abbiamo deciso di conoscere meglio il suo pensiero e fare un piccolo spoiler in merito al contenuto del suo speech.

Giovanni, tu sei definito un “nomade digitale”. Cosa significa e qual’è la tua esperienza diretta?

Sono innanzitutto un “nomade digitale” atipico, perché quando si dice nomade digitale nel pensiero comune si crede una persona che viaggia spesso mentre lavora. Per me è innanzitutto un bisogno di libertà per cui viaggio quando ne sento il bisogno, quando sento l’esigenza di “cambiare aria”. O semplicemente perché le attività che mi aspettano nelle settimane mesi successivi funzionano meglio se fatte in un luogo specifico. Ho lavorato per tanti anni in ufficio come molte persone e poi ho creato un business che mi permettesse di lavorare da remoto al 100% senza mai l’esigenza di incontrarmi fisicamente… O quasi, solo in casi eccezionali.

La mia vita è semplice, vivo per otto mesi in Costa Rica, per tre in Italia all’isola del Giglio e uno lo passo in altri luoghi che mi piacciono. Preferisco un’esperienza più lenta dove mi fermo per un pò in un luogo così da conoscerlo e integrarmi, non essere il nomade digitale turista o che vive sempre in un co-living. Anche perché quando viaggio lo faccio con tutta la famiglia. Il mio ufficio è ovunque, i miei orari flessibili. Scherzando, ma non troppo, dico che sono sempre in vacanza e sempre al lavoro.

Il lockdown è stata l’occasione per riflettere che lavorare da remoto non è un privilegio. Il Covid-19 ha anticipato di alcuni anni un processo culturale irreversibile?  

Da parecchi anni lavoro da remoto e ho sempre divulgato e promosso questo modo di lavorare. Anche in tempi non sospetti quando venivo considerato “diverso” se non “strano”! Il lockdown ha messo il turbo ad un processo che altrimenti avrebbe necessitato di svariati anni. Chiaramente l’accelerazione ha portato anche a fare le cose in maniera veloce e superficiale.

Per questo molte aziende, persone e team hanno fatto quello che hanno potuto per lavorare da remoto. In molti casi senza un reale vantaggio per il lavoro in sé, se non il fatto di lavorare fuori ufficio dimenticando che questa modalità di lavoro, se implementata bene, permette di aumentare la produttività. Quindi semplificare i processi, migliorare la salute e l’engagement delle persone. Chiaramente parlo della situazione italiana in cui questa modalità era e per certi versi è ancora “anormale”. Altrove, il lavoro da remoto è prassi più consolidata, anche se i problemi che ognuno di noi riscontra sono comuni.

Oggi, sempre più freelance e servizi offrono servizi e addirittura aziende danno in outsourcing interi reparti. Quale rivoluzione dobbiamo aspettarci nell’organizzazione del lavoro?

Il mercato del lavoro sta cambiando completamente ed è difficile fare previsioni sicure ma l’outsourcing è sicuramente un pilastro del lavoro del futuro. Mentre fino a qualche anno fa il freelancer era quella persona che chiamavi perchè ti mancavano le competenze interne specifiche, ora interi reparti vengono portati all’esterno.

La tendenza è di tenere il core dell’azienda, la mente pensante e creativa e la direzione in un luogo, come può essere un headquarter, e tutto il resto gestito esternamente. Il luogo però, oramai, non è più soltanto fisico: sempre più aziende non hanno una sede, tutto il team lavora da remoto, magari delocalizzato ovunque il mondo.

La flessibilità è un altro elemento essenziale: si tende sempre di più a lavorare per obiettivi e risultati e non per le ore alla scrivania. Le persone puntano essenzialmente ad essere libere di lavorare quando e dove vogliono. Chiaramente nel quando ci sono dei limiti imposti dalla necessità di lavorare sincronizzati. Però anche in questo caso si fanno largo esempi di aziende che portano all’estremo il lavoro per obiettivi e risultati, lasciando una grandissima libertà. L’Italia è parecchio ingessata per quanto riguarda i contratti di lavoro ma la tendenza è quella di avvicinare la figura del dipendente e del freelancer facendo in modo che la collaborazione sia sempre più basata sugli obiettivi, al di là dell’inquadramento. 

Questo non toglie, anzi è sempre più importante, che le persone vengono prima di tutto. Se un datore di lavoro non cura la propria forza lavoro, dipendenti o collaboratori, sta fallendo nel suo ruolo. Sono uno dei maggiori esperti al mondo di felicità al lavoro e so quanto queste tematiche sono di difficile applicazione in un contesto di lavoro. Serve molta convinzione, leggi, visione e missione, energia, empatia e pazienza perché i cambiamenti di questo tipo non avvengono in sei mesi.

Cosa oppone resistenza al cambiamento culturale nel management e nell’azienda?

La burocrazia insieme al mindset sono i maggiori nemici di un cambiamento verso lo smart working. È una contraddizione in termini perché per applicarlo esistono regole e leggi che non hanno niente di smart. Prima del lockdown faceva quasi paura pensare a cambiamenti di questo tipo. Ora c’è una consapevolezza diversa, perché ci siamo resi conto che questa è la strada maestra, non una moda passeggera.

I vecchi modelli di change management non sono in grado di cambiare profondamente un’azienda, come non lo riescono a fare con un team. Esistono nuovi modelli, applicati con successo, anche in Italia, basati su organizzazioni liquide orizzontali e con una leadership diffusa. Qui l’organigramma è soltanto uno degli elementi costituenti la guida dell’azienda. Metodologie organizzative alternative alla classica “gerarchia piramidale” di cui si dota al momento il 99% delle organizzazioni esistenti. Cambiare una persona è difficile, un team ancora di più, figuriamoci un’azienda. Serve tempo e un management estremamente convinto dell’idea di cambiare per migliorare.

In conclusione, puoi anticiparci qualcosa del tuo intervento allo Smart Working Village?

Parlerò di riunioni da remoto raccontando la mia esperienza, piuttosto considerevole, di riunioni con team di tutto il mondo e di tutte le nazionalità. Riunioni con piccoli e grandi team, con piccole aziende e corporate, lunghi e corti, fatti bene e fatti male, fatti dalla foresta e da un classico coworking. Il mio focus sarà sulla strategia adatta perchè questi meeting diventino un asset essenziale per guidare un team o un’azienda verso obiettivi concreti… Non perdere tempo, creare relazione ed empatia tra le persone!

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