Due minuti e venti, all’incirca. E’ la durata di un bellissimo (e brevissimo) cortometraggio di animazione in cui, per caso, mi sono imbattuta qualche giorno fa. La storia è molto semplice. Ed è quella di un gruppo di persone che si sposta, a orari e in fasi prestabilite della giornata, con i piedi ancorati dentro a scarponi, fissati a lunghi e tortuosi binari metallici che, muovendosi, traslano e azionano, a loro volta, ingranaggi e altri dispositivi meccanici e produttivi.

I percorsi dei binari sono stati ideati da qualcuno, affinché quegli utenti non si incrocino mai, non si sfiorino mai, ma restino sempre a debita distanza l’uno dall’altra, portando a termine il proprio percorso e il proprio task in modo efficace e privo di problemi. Poi un giorno accade che, per caso o per scelta, uno di loro si sgancia gli scarponi dai binari e inizia a tendere la mano anche agli altri affinché possano fare lo stesso, emulando il suo gesto.

In breve, la storia finisce che gli ingranaggi continuano a funzionare e i meccanismi e gli altri dispositivi continuano a girare e a produrre, ma gli utenti non si muovono più soltanto lungo i binari, bensì anche tra quelli oltre che dentro e fuori dagli spazi del perimetro metallico, interfacciandosi come appartenenti a una comunità unita e pulsante.

L’ultimo fotogramma fornisce la chiave di lettura: 

Se vuoi cambiare il mondo, devi cambiare il modo in cui funziona.

Lapidario e straordinario, il messaggio. Applicabile probabilmente, o soprattutto, anche al mondo organizzativo che oggi abitiamo. E i cui parametri qualcun’altro ha, evidentemente, delineato prima di noi. E le cui condizioni abbiamo sottoscritto. E le cui procedure abbiamo memorizzato. Forse la chiave della rivoluzione sta proprio qui, in un differente approccio a quel microcosmo, scegliendo di fare uno switch.

Ovvero, se vuoi cambiare il mondo organizzativo a cui hai scelto di appartenere, cambia le tue modalità di viverlo, di fruirne la cultura, di declinarne i valori. E dunque, abitalo, in maniera presente e consapevole, dentro e fuori.D’altro canto è anche vero, come afferma Joyce Wycoff, stimata autrice di saggi su innovazione, creatività e transformation thinking, che, quando un’organizzazione si impegna a creare un ambiente capace di stimolare la crescita di tutte le persone che vi lavorano, possono davvero accadere cose incredibili.

È indubbio che l’attivazione di un processo così rivoluzionario se, auspicabilmente, avviato e alimentato da ambedue le parti in causa, ovvero organizzazione e relativi membri, possa davvero creare, in tempi brevi, un ordito di significati condivisi, che può condurre, plausibilmente, a incrementi di partecipazione, di efficienza, di competitività, creando reale valore aggiunto.

Cover photo: © Sergey Kochkarev