Tania Holzer – quarantunenne, mamma di una meravigliosa “piccola amministratrice delegata” di sei anni e Head of People and culture nella startup di mobile gaming Whatwapp – investe le sue energie nello sviluppo degli altri e cerca di farlo in ogni occasione che le viene data dalla vita. In questa intervista la conosciamo meglio e scopriamo alcuni dei suoi pensieri sulla funzione HR e le sfide a cui sono chiamate le moderne organizzazioni nell’era del new normal.

Tania, presentati ai nostri lettori.

Nasco e cresco nelle startup nella funzione HR, lavoro per cercare di sensibilizzare in qualità di mentor i giovani “startupper”, poichè una caratteristica che normalmente hanno queste realtà è quella di considerare l’HR importante solo quando raggiungono una dimensione e quantità di problemi che non sono più in grado di gestire! Di conseguenza diventerebbe una funzione volta solo alla risoluzione di problemi, come mentor invece cerco di guidare verso un modello diverso. Presto attenzione fin da subito alle persone e da alcuni anni ho affinacato la professione di coach. Sono una persona profondamente appassionata, con una grandissima quantità di energia, e quindi riesco a far stare tutte le cose insieme: il lavoro, mia figlia, le mie passioni come la moto e la natura.

Qual è la cosa che ti rende piu orgogliosa?

In assoluto il fatto di essere riuscita, anche prendendo decisioni molto difficili, a scendere sempre meno a compromessi. Con me stessa, quindi coi miei valori, la mia etica, la mia identità, i miei desideri e in generale i miei bisogni. Quindi in assoluto credo sia essere sempre riuscita in qualche modo a portare un cambiamento piccolo o grande che fosse nelle convinzioni dei miei interlocutori. Se guardo a quelli che sono i risultati in termini di relazioni che ho mantenuto e costruito probabilmente sono stati cambiamenti positivi.

Anche i miei capelli blu e i tatuaggi da non nascondere sono stati una conquista progressiva in questo percorso, senza dubbio il fatto di potermi anche esprimere fisicamente in maniera libera senza mettere in discussione la mia credibilità come riferimento, mentor, coach e come donna manager è stato sicuramente segno di una conquista importante. Tutto questo diventa anche anche un modo per comunicare agli altri quello che ho raggiunto. 

Che cosa ti rende felice e cosa frustrata?

Mi rende felice vedere la felicità nei miei interlocutori quando realizzano che qualcosa che hanno imparato gli risolve o sposta un loro limite. Acquisire nuove competenze e consapevolezze rende in qualche maniera più liberi.

Ciò che mi frustra, in generale nella vita e nel lavoro, sono infatti i limiti, siano essi imposti da altri o i nostri, è per questo che io lavoro moltissimo per cercare di andare sempre oltre i miei limiti, guardarli e metterli in discussione. 

È chiaro che siamo esseri umani e ho ancora tanta strada da fare, però parto e faccio un lavoro di continuo smontaggio, rimontaggio e osservazione, di messa in discussione. Quindi trovo faticoso confrontarmi con chi non si mette in discussione e chi non si prende le responsabilità del suo cambiamento o della sua immobilità.

Cosa è cambiato negli ultimi due anni?

Il primo pensiero che mi è venuto è stato di libertà, mi sono scontrata con molti limiti, complessità e difficoltà, ma la verità è che questi due anni e mezzo di pandemia per l’umanità. Per tutti noi, e anche per il mondo del lavoro, ci sono enormi opportunità, perché il cambiamento che sto vedendo nel mindset delle persone con cui parlo – la loro nuova capacità di mettere prima le loro esigenze e possibilità di esprimersi – trovo che abbia una ricchezza pazzesca. 

Questo genera molte sfide per noi, perché nei contesti organizzativi riuscire a star dietro a questo tipo di cambiamento di mindset significa tanto lavoro. Non solo per capire come trattenere le persone o come attrarle ma anche come organizzarle. Probabilmente se non ci fosse stato tutto questo le aziende non si sarebbero dovute porre dei problemi e saremmo andati avanti involvendo anziché evolvendo. In questo momento faccio parte di una industria particolare – che tra l’altro sul suolo italiano non ha sostanzialmente bacini di nessun tipo da cui pescare o coi quali confrontarsi – quindi noi abbiamo dovuto aprire all’estero per trovare le skills che ci servono. Oggi grazie alla possibilità diffusa di lavorare da remoto ci misuriamo con la sfida dell’integrazione culturale, linguistica e organizzativa.

L’obiettivo è mantenere un’identità aziendale molto forte, connotata da divertimento, condivisione ed  energia, cose che in presenza si liberano in maniera molto naturale e invece in un contesto full-remote è stato molto più complesso costruire. Il mio compito è sempre più quello di cercare di essere orientati a ciò che veramente le persone sono e desiderano e non a ciò che noi pensiamo siano e vogliano.

Abbiamo deciso di prendere un nuovo ufficio in centro a Milano, è un grande investimento in termini di energie e di risorse. Ci abbiamo tenuto a farlo in una maniera che esprimesse veramente la cultura di questa realtà e abbiamo chiesto alle persone di rientrare sapendo che parte dei collaboratori avevano un fortissimo desiderio di ritornare a vivere quelle esperienze e un’altra bella fetta non ne aveva più nessun interesse. Così le nostre persone vengono quattro giorni al mese in ufficio quando vogliono, gli chiediamo periodicamente come stanno vivendo questa esperienza. Abbiamo ipotizzato e  creato tanti progetti per cercare comunque di coinvolgere anche le persone che abbiamo in full-remote.

Domani avendo carta bianca cosa faresti? 

La prima cosa che farei è il coaching a tutti, so che non tutti hanno vissuto questo periodo positivamente e offrirei a tutti un supporto di qualche tipo per poter guardare dentro questa scatola e capire quali apprendimenti positivi portar fuori per fare il prossimo passo evolutivo.

Grazie al coaching ti esplori, ti scopri e capisci che cosa veramente desideri e cosa ti serve per muovere il tuo prossimo passo; secondo me in una linea temporale è il primo step da fare e successivamente si può integrare col mentoring. Da noi l’età media è intorno ai 30 anni e i ragazzi chiedono piani di crescita senza sapere bene che cosa significhi. Nelle startup che si muovono a grande velocità è veramente qualcosa considerato non prioritario, la rapidità di cambiamento è così elevata che immaginare di calare dall’alto dei modelli più o meno rigidi ha fallito.

Per mia predisposizione naturale e per il tipo di contributo che cerco di portare, credo serva la capacità di avere uno sguardo se non predittivo quantomeno di obiettivo. Però, serve anche la grandissima capacità di creare delle interazioni rapide, testare rapidamente e cambiare in corsa avendo l’obiettivo in testa, ma essendo anche pronti e flessibili a modificare anche l’obiettivo! 

Perché gli HR raccontano di mondi meravigliosi ma poi le persone sono scontente?

Forse perché al crescere delle responsabilità crescono alcune pressioni, e quindi ci si allontana dalle persone. Però secondo me il tema è proprio lo scollamento che a un certo punto si viene a creare tra quello che è il mandato alla funzione HR dall’azienda e le persone. Quando queste due esigenze non si incontrano più la missione degli HR diventa quella di riuscire a fare da collante. Non si tratta di mediare tra esigenze contrapposte, io non mi considero una mediatrice, però mi considero un canale prima di tutto per raccogliere il sentito delle persone. Spesso passare dal filtro del manager ti fa arrivare delle informazioni che non sono realistiche. E’ la ragione per cui poi quando le realtà in cui lavoro fanno il salto al mondo corporate, io preferisco altre sfide.

Nei contesti in cui io sono a mio agio è fondamentale ascoltare le persone e costruire le cose sulle loro esigenze, probabilmente nelle grandi corporation l’ascolto va indirizzato verso i vertici aziendali per fare chiarezza sulla missione dell’HR. Non tutte le aziende devono avere dentro persone felici o che vivono la propria professione in maniera vocazionale, ci sono realtà che necessitano di persone lucide e distaccate e lavoratori che prediligono proprio ambienti di questo tipo. Quindi c’è spazio per tutti. 

La prima cosa che ho sempre cercato di valutare quando incontro una nuova azienda è quale sia il mandato affidato alle HR, perché se è vero che puoi generare un cambiamento, la verità è che non sempre il cambiamento che vuoi generare è la cosa sana per quell’azienda. Il tema è quindi dove voglio andare, dove vogliono andare loro e che tipo di realtà vogliono creare. Allora il coraggio è anche quello di dirsi: “non è per me”. Arrivare ad ammettere questo credo che sia un gran bel risultato.