Confesso di essere un “giovanilista”. Il sottoscritto, appena quarantenne e una laurea in Sociologia, da venti anni ama osservare movimenti e subculture giovanili, dalla musica alle tifoserie di calcio. Tuttavia, anche in ambiente lavorativo mi trovo ad avere a che fare con qualche collega nato quando io ero un teenager. In questi anni ho visto numerosi cambiamenti del mercato del lavoro, sia da un punto di vista normativo (spesso in peggio) che tecnologico. Viene quindi spontaneo chiedersi quanto le organizzazioni si trasformeranno sotto la spinta del nuovo esercito dei lavoratori “nativi digitali”.

Iperconnessi e autonomi, non rivendicano logiche occupazionali che ancora io ritengo importanti (pur non avendo mai visto sotto i miei occhi il mitico “contratto a tempo indeterminato”) ma potrebbero immaginarne di nuove.

Allo stesso modo, per chi si occupa di processi culturali, è sembrato essenziale indagare la faccenda e ultimamente sono state pubblicate varie ricerche sul rapporto tra la Generazione Z (1995-2012) e l’impiego. Si possono facilmente recuperare on line.

In sintesi, dalle interviste effettuate ai ragazzi in Australia, Europa, Stati Uniti o Canada, si prospettano scenari interessanti per le aziende. Teniamo presente che numericamente, entro cinque anni, saranno un terzo degli occupati. Non è solo per un ambiente più eterogeneo anagraficamente (quello è naturale), bensì per valorizzare talenti che maneggiano la tecnologia in maniera impensabile per tutte le generazioni precedenti, Millennials compresi. Il saper sfruttare competenze tecnologiche avanzate, App e social anche in ambito professionale, abbinato all’uso quotidiano di questi strumenti, non sarà privo di ripercussioni. Probabilmente per loro si parlerà di “integrazione” o “contaminazione” tra vita privata e lavoro rispetto alla cosiddetta “conciliazione” odierna.

Oggi la letteratura della ricerca sociale ci racconta questa generazione come molto motivata e dalla voglia di esprimere il proprio talento. Infatti, uno dei primi risultati emersi indagando sulle aspettative, riguarda il desiderio di lavorare in un ambiente dinamico e stimolante. Di contro, gli esperti di studi comportamentali identificano i “nativi digitali” come estremamente autonomi e indipendenti. Questo potrebbe farci aspettare una certa insofferenza per spazi condivisi e gerarchie? In ogni caso, le aziende dovranno essere pronte a cogliere la sfida di un futuro gruppo di lavoratori in entrata che non vede l’ora di apportare una ventata di aria fresca. I manager, dal canto loro, per gli equilibri dell’organizzazione, saranno chiamati a coordinare al meglio i nuovi collaboratori onde evitare incomprensioni pericolose con i colleghi più anziani.

E in un paese gerontocratico come l’Italia cosa può accadere? C’è l’opportunità di migliorare in senso ancora più smart il lavoro, sicuramente. Ma l’auspicio è anche l’occasione per scalzare l’ultima vecchia guardia a difesa delle posizioni esclusive, prima vera causa della fuga all’estero dei nostri cervelli.

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