Oggi vi presentiamo una start up pronta a raccogliere la sfida del World Economic Forum e tramite una piattaforma ripopolare i borghi per rendere più omogenea l’economia nazionale.

HQVillage è figlia della pandemia e delle tante rivoluzioni che hanno travolto le nostre vite e, in particolare, il modo di lavorare. Se fino a un anno fa l’idea di non dover timbrare il cartellino ci sembrava una possibilità, quella sì, remota, oggi la musica è cambiata. Lo smart working è diventato la nuova normalità, capace di conferire ai lavoratori più autonomia, flessibilità e una buona dose di fiducia. Al punto che moltissimi oggi si dicono riluttanti a fare marcia indietro. Tesi avvalorata anche dal World Economic Forum (WEF), secondo cui il 48% dei lavoratori intervistati vorrebbe mantenere parte del proprio lavoro in remoto.

Eppure dal nostro punto di vista manca ancora qualcosa. La nostra idea di lavoro da remoto esce dalle mura dell’ufficio, ma anche da quelle domestiche. Se il digitale ci permette di essere sempre connessi in qualsiasi luogo, perché restiamo ancorati alla nostra scrivania, al tempo, tavolo da pranzo? 

Da questa scintilla prende forma l’idea della start up HQ Village. Ovvero, offrire alle persone la possibilità di vivere e lavorare nel centro di un piccolo borgo, riconvertito in una sede aziendale diffusa. Una proposta dal forte impatto sociale e urbanistico, che vuole liberare territori e lavoratori da un isolamento durato fin troppo. Tra l’altro, un’esperienza simile che agisce contro lo squilibrio territoriale nazionale è South Working, ne avevamo parlato con la presidente Elena Militello in un precedente articolo, e pure qui molti borghi coinvolti sono del Centro-Sud.

Da “paesi fantasma” a Best Place to Smartwork

Si tratta di puntare sui piccoli borghi per catalizzare la loro rinascita. Da sempre votati al turismo, questi luoghi sono stati messi in ginocchio dall’immobilità a cui la pandemia ci ha costretti. Non solo: negli ultimi 10 anni tanti territori unici hanno subito un costante spopolamento. Veri e propri “paesi fantasma”, ricchi di storie chiuse a doppia mandata in case abbandonate. 

Negli scorsi giorni anche il WEF si è occupato di questo fenomeno tutto italiano, pubblicando un video in cui si parla di circa 2000 borghi abbandonati. 

Le cause di queste continue partenze senza ritorno sono la mancanza di opportunità lavorative, di infrastrutture, oltre che di servizi, si sono rivelati i principali ostacoli. Tra l’altro, come spiega da anni la Sociologia Urbana, il circolo è vizioso: perdita di popolazione, conseguente riduzione dei servizi e di nuovo necessità di spostare i consumi altrove. 

HQVillage, ha chiamato a raccolta un team di professionisti composto da architetti, urbanisti e designer) affinché delineassero delle linee guida per riqualificare i piccoli borghi in sedi aziendali diffuse, nonché definire gli standard tecnici, qualitativi, estetici e funzionali necessari per poter essere certificati come “best place to smart work”. 

Il sistema funziona con una piattaforma dove la Pubblica Amministrazione – in questo caso i comuni che si vogliono candidare al progetto – entrano e danno il via al processo di verifica dei requisiti. Avviene quindi una forma di selezione dei borghi più adatti per l’utente nomade digitale che dall’altro lato vuole avere delle esigenze soddisfatte, ad esempio, in caso di trasferimento di una famiglia con bambini piccoli, l’asilo e servizi per l’infanzia.

Luca Piras di HQVillage ci ha precisato che alcuni comuni, interessati al progetto ma con alcune carenze, hanno chiesto come migliorare i requisiti basici per poter essere idonei al “matching” con i potenziali smart workers da ospitare. Oltre al servizio di analisi, progettazione, consulenze e supporto nella ricerca dei bandi – sono solo alcune delle competenze messe a disposizione delle comunità – sul territorio agisce anche una marketer territoriale.

All’interno del borgo, si riattiva un dialogo che non raggiunga solo le istituzioni, ma anche i singoli proprietari di immobili privati. Rendendo la propria casa “a misura di smartworker”, anche loro avranno la possibilità di aumentare sia le proprie entrate economiche, sia il valore intrinseco della proprietà. 

La strategia punta a creare un ecosistema che si autoalimenti e attiri a sé un crescente numero di persone disposte a trasformare il lavoro in un’esperienza di vita a 360°. Per creare un’sistema integrato, in cui tante piccole isole d’eccellenza si trasformino in un arcipelago.

Rimettere il benessere dei lavoratori al centro.

Le grandi città hanno sempre richiamato a sé molti talenti, con la promessa di maggiori possibilità di carriera, tuttavia ci sono dei risvolti negativi: pendolarismo, inquinamento ed eccessive sollecitazioni rischiano di incidere negativamente su performance e benessere dei lavoratori.

Lo sanno bene i tanti digital nomads che hanno abbandonato le città senza voltarsi indietro. Professionisti mobili, creativi e indipendenti che hanno fatto del digitale la propria casa, così da poterla trasferire ogni volta in un luogo diverso. Anche in questo caso l’indagine del WEF ritiene che molte di queste figure sarebbero interessate a spostarsi in una piccola realtà. 

Ovviamente HQVillage non è Airbnb, prima si soddisfano le esigenze dello smart worker e poi si sceglie la casa. E tra i requisiti giocano anche la possibilità di attivare alcune esperienze per renderlo più partecipe alla vita della comunità – e non “lasciarlo solo con una connessione” ci precisa Luca – anche perché l’esperienza deve durare almeno 1 mese.

Con la fine della vita da ufficio, investire nel welfare aziendale può garantire la fedeltà dei dipendenti e attrarre giovani talenti.  Ecco, allora, che avere l’opportunità di lavorare in una sede aziendale remota, decidendo dove e quando soggiornare, potrebbe essere un ottimo punto di partenza per rafforzare la relazione lavorativa. 

La piattaforma di HQVillage punta a creare un ponte che metta in comunicazione domanda e offerta. Garantendo, così, all’azienda e allo smartworker uno spazio in cui dedicarsi al lavoro, senza rinunciare al confort e rimettendo il benessere dei lavoratori al centro.