Il governo del socialista Pedro Sánchez ha portato a casa il più importante punto del suo programma: la riforma del mercato del lavoro spagnolo per renderlo meno precario.

Il nuovo testo è passato a fatica, 175 voti a favore e 174 i contrari, è stato decisivo un parlamentare dell’opposizione del Partito Popular che ha votato SI per sbaglio, una sorta di “franco tiratore” al contrario, o autogol che dir si voglia. La riforma è stata concertata con le parti sociali ed ha avuto il via libera dai sindacati e dalla CEOE, la confederazione degli industriali spagnoli. Per questo è stata considerata il frutto di un accordo storico.

Hanno invece votato contro gli indipendentisti catalani e quelli baschi, più per dispute territoriali che per principio (ad esempio volevano che gli accordi locali avessero priorità su quelli nazionali). La riforma è un successo personale della ministra del Lavoro – e vicepresidente del governo – Yolanda Díaz. La Díaz, dichiaratamente comunista e femminista, è stata attaccata da sinistra per aver annacquato la legge finale ma lei, fedele all’idea “migliorista”, ha pensato bene che si possono fare compromessi per raggiungere il risultato ambito.

Bisogna dire che questa riforma è stata caldamente appoggiata dall’Unione Europea, che appunto aveva sottolineato come la crisi economica degli ultimi anni – aggravata dalla pandemia – avesse troppo eroso i diritti dei lavoratori spagnoli, divenuti sempre più precari.

Addirittura, lo sblocco della seconda tranche del Recovery Plan per la Spagna pare avesse tra le richieste presentate al governo proprio l’approvazione della riforma del lavoro. Se l’Unione Europea – cioè il “totem del neoliberismo” per citare il laburista Jeremy Corbin – aveva ravvisato il mercato del lavoro spagnolo troppo precario viene da chiedersi come fossero messi a Madrid e dintorni!

Ma vediamola un pò nello specifico questa riforma che ha tre importanti capisaldi:

1. Riduzione delle tipologie di contratti a tempo determinato.

Sono limitate le possibilità per le aziende di fare ricorso ai contratti a termine. In sostanza si attiveranno solo per far fronte a sostituzione di un dipendente in malattia, in maternità e quando l’azienda deve fare fronte a specifici picchi di produzione o vendite, esempio durante le festività natalizie.

2. Stabilizzazione dei contratti stagionali.

I lavoratori stagionali, prettamente quelli del settore agricolo, non perdono il loro contratto di lavoro alla fine della stagione in essere. Quindi il contratto rimane in vigore in una condizione di “fisso – variabile” e vale anche per le chiamate delle stagioni successive.

3. Estensione delle possibilità di ricorso alla cassa integrazione.

Sono state estese la casistiche in cui le aziende posso accedere alla cassa integrazione. Quindi è possibile attivare questa procedura come alternativa ai licenziamenti in un momento di crisi temporanea dell’impresa.

Dunque il 2022 pare sia l’anno in cui la Spagna cambia marcia sulla cultura del lavoro. Ricordiamo che questo è l’anno in cui un gruppo di 200 aziende pilota attuerà la sperimentazione della settimana corta per un triennio, altro provvedimento fortemente voluto dal governo, con lo stanziamento di 50 milioni di contributi.  

Viene quasi invidia a guardare al doppio passo di Madrid, mentre da noi il governo dei migliori ha continuato nel tradizionale solco di “non muovere foglia che Confindustria non voglia”. Vedere il siluramento in cui è finita la proposta originaria di legge anti-delocalizzazioni.

Dalla pandemia si può uscire con più diritti e più solidarietà, è un bel segnale che viene dalle Cortes Generales.

Siccome gli spagnoli hanno guardato all’Italia nei provvedimenti per far fronte alla pandemia del Covid, sia mai che l’Italia guardi alla Spagna per far fronte ad un’altra pandemia, che fa danni da ben più tempo: il neoliberismo.

Cover photo: Pedro SánchezCC-BY-4.0: © European Union 2019 – Source: EP