La multinazionale dei beni di consumo Unilever, per bocca del suo managing director Nick Bangs, ha annunciato che nel 2021 sperimenterà la settimana lavorativa “corta” per la loro unità in Nuova Zelanda. Lo scopo è offrire una opportunità di migliore worklife balance.

Sarà così consentito agli 81 dipendenti del Paese oceanico di lavorare per quattro giorni alla settimana per un anno intero, pur continuando a essere pagati per cinque giorni. Al termine dell’esperimento, valuterà i risultati e prenderà spunto per tutti i suoi 155 mila lavoratori.

Come ha riportato la notizia il quotidiano economico Il Sole 24 ORE “[…] l’iniziativa è uno degli sforzi più ambiziosi per provare la settimana lavorativa di quattro giorni che, secondo molti, aumenta la felicità, la salute e la produttività”. L’obiettivo di Unilever – ha spiegato Bangs – è misurare le performance, i risultati, non il tempo effettivo al lavoro. Viene da chiedersi cosa faranno i dipendenti nel giorno libero ma retribuito? Magari potranno usare il tempo per loro e saranno felici.

Worklife Balance e felicità.

“Una cosa come la felicità è difficile da gestire. La priorità delle persone non è la felicità, non è un argomento da tempo di pandemia, anzi, l’incertezza che stanno vivendo è l’opposto della felicità” ha detto il nostro nomade digitale Giovanni Pozza. Il quale preferisce nei suoi speech usare il termine benessere, più leggero come concetto ma una persona felice è in stato di benessere. Ed ecco che la felicità al lavoro e a casa sono collegate.

Ci sono studi che dimostrano la correlazione tra la felicità e il viaggio per raggiungere il posto di lavoro, pensiamo allo stress di chi vive alla periferia di una metropoli e deve svegliarsi due ore prima per raggiungere l’ufficio in centro, sono ore e ore del tempo di una persona sprecate ogni settimana.

Lo stress è nemico della felicità, ed è un malessere causato da una attività sbagliata prolungata. Lavorare per obiettivi e risultati è lavorare in modo flessibile e vuol dire avere più tempo per sé. Io stesso, ho calcolato, ogni 24 volte che mi reco per lavoro A/R dalla mia casa nella campagna fiorentina al capoluogo è come se avessi passato un giorno della mia vita sulla famelica superstrada Firenze – Pisa – Livorno. Sorpassi avventati e sacramenti non si contano. Poi anche in Toscana è arrivato il Covid-19.

worklife balance

L’IRPET: obiettivo 400 mila smart worker in Toscana.

La statistica può sembrare noiosa ma a saper leggere i dati si può capire a cosa si va incontro. E l’Istituto Regionale Toscano di Statistica ha elaborato dati davvero interessanti durante la pandemia che segnalano un cambiamento profondo nelle abitudini personali dei toscani, ma anche la possibilità di un nuovo worklife balance. La ricerca dell’istituto stima che il 36,2% dei lavoratori possa potenzialmente lavorare da remoto, alleggerendo il sistema di trasporto regionale di 400 mila pendolari, dei quali ben il 76% era abituato a spostarsi in auto. Per l’IRPET sono figure professionali di tipo impiegatizio, cognitivo e legate alla ricerca.

Nelle conclusioni si legge che la conversione al lavoro agile per queste persone si tradurrebbe in un beneficio per i soggetti ma anche per tutta la Toscana con notevoli riduzioni di traffico, inquinamento e incidentalità stradale.

Nel ricorso allo smart working le potenzialità maggiori si evidenzierebbero nelle aree che concentrano le attività dei servizi avanzati e della pubblica amministrazione, quindi l’area metropolitana fiorentina su tutte.

Qui la mobilità, tra l’altro, si abbina a un fenomeno demografico che ha visto Firenze perdere dal 1991 a oggi circa 100 mila abitanti, che hanno lasciato la città per i più vivibili comuni limitrofi ma poi ogni giorno si mettono in viaggio verso il capoluogo dove conservano il posto di lavoro.

Il nuovo trend di lavorare da casa.

Il 2021 ci porterà la vaccinazione di massa contro il Covid-19, tuttavia, anche superata la pandemia, resta la sfida di consolidare lo smart working e alzare la media degli italiani che lavorano da remoto.

Se da più parti si stima che l’emergenza sanitaria abbia accelerato di alcuni anni un processo che necessitava di un salto culturale ancora lungo da fare, è ormai indubbio che tante persone hanno sperimentato una modalità di lavoro che può aumentare il benessere, la produttività e quindi, appunto la felicità.