Intervista a Elena Militello, fondatrice di South Working, sulla nuova tendenza di lavorare dal Sud nata al tempo del Coronavirus.

Quella di South Working è la storia di un sempre più numeroso gruppo di giovani professionisti, manager, imprenditori o accademici – perlopiù provenienti dalle regioni del Sud Italia – accomunati dall’essere stati costretti a dover abbandonare i luoghi di origine per poter seguire le ambizioni professionali al Nord o all’estero. Oggi, la tecnologia e lo smart working – abbinate alla pandemia secolare – hanno favorito la possibilità di rientrare nei territori di origine. “South Working – Lavorare dal Sud”® è oggi una Associazione di Promozione Sociale e nella sua carta d’intenti dichiara che “la diffusione e promozione di contratti di lavoro agile o “smart working” (di cui alla l. 81/2017) in via principale a distanza per datori di lavoro situati altrove rappresenta un mezzo scelto da South Working per giungere al miglioramento dell’ecosistema economico e sociale.”

Sì perché la finalità dell’Associazione è la promozione della coesione economica, sociale e territoriale e riduzione del divario attualmente esistente tra territori con differenti livelli di sviluppo, con il Mezzogiorno d’Italia particolarmente chiamato in causa insieme alle aree interne. Abbiamo avuto il piacere di intervistare la presidente Elena Militello – che dal Lussemburgo è rientrata nella sua Sicilia – per scoprire qualcosa di più su questo affascinate progetto.

Elena Militello, presidente South Working
Elena Militello, presidente South Working

Com’è nata l’idea di fondare South Working?

L’idea è nata durante il lockdown a marzo, proprio quando molti di noi si sono trovati a lavorare a distanza. In quel momento tragico abbiamo riflettuto sul mutamento in atto, sul fatto che ci trovavamo tutti costretti a lavorare nelle nostre “stanzette” nonostante fossimo figure professionali con carriere ben avviate. Questa è stata la molla per immaginare che lo smart working potesse essere occasione di coesione delle persone che lavorano da dove desiderano, in rapporto stretto con i territori. Vale per chi si era traferito al Nord ma non solo, anche a livello nazionale per rilanciare l’attrattività dell’Italia come “smart working country” richiamando gli “expats” (la comunità degli espatriati. NdR) e gli stranieri. La nostra associazione vuole dare un contributo al dibattito sulla riscoperta dei borghi in generale oltre che del Mezzogiorno.

A proposito di “expat”, tu sei proprio una di quelle connazionali che dall’estero è rientrata ed è stata l’occasione per creare l’Associazione. Che tipo di figure professionali ci sono all’interno e su cosa si sta concentrando la vostra attività? E dove siete dislocati?

Tra i soci fondatori – cioè le prime persone con cui ne ho parlato quando è nata l’idea – ci sono manager, designers, un sociologo, un ingegnere, una ragazza che si occupa di diritto europeo e una ricercatrice di “gender studies”… Adesso il team di volontari si sta espandendo con consulenti e volontari e siamo ormai diventati una cinquantina. Il nostro sforzo è concentrato su tre assi: il primo è l’advocacy, far conoscere il fenomeno; il secondo è l’osservatorio sui pro e contro del fenomeno; il terzo è il supporto, ad esempio abbiamo mappato i coworking in tutta Italia. Per quanto riguarda la nostra localizzazione, dipende: un po’ ovunque al Sud e non solo. Ad esempio in questi giorni io sono sui Nebrodi, a 600 metri sul livello del mare ai piedi del Parco. Poi c’è un altro socio che da Milano è in Portogallo perché è appassionato di surf!

Fantastico, ma da sociologo potrei obiettare che la grande città è difficilmente sostituibile come luogo d’incontro, perché è lì che si concentra il capitale umano, cosa ne pensi?

Sicuramente, ma si può puntare al rialzo sullo sviluppo dei territori senza nulla togliere alle grandi città. Il capitale sociale si deve stimolare anche in periferia, in questo il rientro degli “expats” e dei fuorisede, anche per alcuni periodi dell’anno, può fare molto. Inoltre, il ruolo della città unica accentratrice è un modello già messo in discussione; la pandemia ha accelerato il dibattito sul tema ma era presente anche prima, dato che ha creato esternalità negative sui territori lasciati indietro. Attenzione, poi il nostro modello vuole anche studiare la percentuale di tempo che in un anno si può svolgere in smart working a distanza. Ad esempio, in modo volontario una persona potrebbe accordarsi con la sua azienda per lavorare sei mesi a Milano e sei al Sud… Comunque l’ottica è quella di bilanciare lo squilibro tra territori.

South Working
I fondatori di South Working in video riunione

Nella vostra attività di advocacy come vi rapportate con le amministrazioni pubbliche, immagino il loro coinvolgimento sia funzionale al vostro scopo?

Le relazioni istituzionali sono importanti e il messaggio che facciamo passare è sulla necessità di tre condizioni perché il territorio soddisfi i requisiti del progetto: presenza di una connessione internet, possibilmente a banda larga, un collegamento efficace con un aeroporto e un tessuto di spazi di lavoro che non siano l’abitazione. Dato che la riflessione sul South Working è nata proprio dal disagio di lavorare in un ambiente domestico non attrezzato, diventa essenziale la presenza del coworking, inteso anche come presidio di comunità.

Ovviamente alle istituzioni chiediamo che si faciliti il rientro garantendo la presenza di altri  servizi essenziali come può essere l’asilo nido. Proprio per evitare quel doppio carico di lavoro che è emerso durante il lockdown dovuto alla sovrapposizione tra lavoro da remoto e impegni familiari. Quindi sì, colloquiamo con gli enti a ogni livello, dal comune alla regione, stimolando così anche la riflessione sulle infrastrutture che mancano. Non solo quelle che servono per lavorare a distanza, ma quelle che consentono di scegliere di vivere in un luogo.

Mi sembra di capire che pure nel progetto South Working si presenta lo storico nodo delle infrastrutture al Sud. 

Sì, ma infatti abbiamo individuato che occorre lavorare sui tre requisiti che ti accennavo sopra. Per internet è stato fatto un lavoro importante sulla fibra negli ultimi anni e in questo si è ridotto gap con il Nord Italia. Ricordo che gli interessati al progetto sono persone abituate a lavorare con il digitale. Sul trasporto merci abbiamo indubbiamente un gap con il resto d’Italia, ma questo non è fondamentale per fare South Working. Lo è invece poter raggiungere entro un’ora e mezzo un aeroporto anche senza l’alta velocità.

Ci sono purtroppo dei territori che non rientrano in questa categoria, ma fortunatamente sono pochi. Comunque, quello che dovrebbe passare come messaggio è South Working come qualcosa che sta accadendo adesso e se si vuole ripartire può essere la leva per il miglioramento di tutte le infrastrutture. 

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