A maggio, nella consueta relazione annuale di Bankitalia sullo stato dell’economia, l’istituto ha dedicato un approfondimento sullo smart working nel paese dopo la pandemia e i dati risultano molto interessanti.

<<Circa un’azienda su due prevede di continuare a utilizzare questa forma di lavoro anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria, sebbene in misura ridotta>> è l’istantanea dello scenario.

<<Il numero dei dipendenti che hanno lavorato a distanza nel settore privato non agricolo è cresciuto rapidamente passando da meno di 200mila nel secondo trimestre del 2019 a oltre 1,8 milioni nello stesso periodo del 2020>> certifica la Banca d’Italia. La media ha fatto un balzo di dieci volte, passando dall’1,4% al 14,4%.

Ancora più diffusa è stata la pratica di ricorrere al lavoro da remoto, che prima riguardava una platea di lavoratori pari al 28,7% passata all’82,3%. Il remote working è stato il fenomeno vero del 2020 come risposta alla Sars-CoV2 e quello che effettivamente ha riguardato milioni di italiani.

Infatti, – non ci stancheremo mai di ripeterlo – per la normativa italiana lo smart working ha una definizione ben precisa: il Ministero del Lavoro considera tale quella modalità di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato caratterizzato dall’assenza di vincoli orari o spaziali e un’organizzazione per fasi e obbiettivi, stabilita mediante accordo tra dipendente e datore di lavoro.

Il freelance, quindi non fa smart working che rimane appannaggio del dipendente.

E qui bisogna fare una riflessione adesso che con la campagna vaccinale si sta tornando alla normalità anche nella vita dell’azienda. Il remote working che abbiamo sperimentato non può continuare dopo la fine dell’emergenza, dobbiamo cogliere l’opportunità per una reale trasformazione dell’organizzazione aziendale. 

Le imprese non possono rimanere “imprigionate” in questa anomalia che ha fatto scambiare il lavoro agile con il lavoro fatto da casa. 

Cambiamenti sociali e pandemia.

Ci sono stati degli aspetti che non possono essere privi di conseguenze perché il cambiamento è profondo, io da sociologo mi rendo conto che un fenomeno del genere non pensavo che la storia contemporanea mi desse l’opportunità di studiarlo. Dobbiamo quindi prendere coscienza che se c’è un aumento della produttività del lavoro questa entrerà nel dibattito sugli adeguamenti salariali? I sindacati dovranno tenerlo in considerazione, come pure il loro ruolo in uno scenario in cui il lavoro diventa più digitale e atomizzato.

Ne dovremo tenere di conto, per adesso ci siamo fermati alla questione culturale delle gerarchie e del change management, non si potrà discutere solo se continuare a distribuire i buoni pasto o meno a chi lavora da remoto. E ancora, si prevede sul mercato immobiliare una ripercussione nella richiesta di abitazioni più ampie con spazi esterni, soprattutto giardini. Lato azienda, lo svuotamento degli uffici ha comportato un taglio ai costi di pulizia, climatizzazione e consumi elettrici. Qualcuno prenderà in considerazione il subaffitto di parte dei locali o il trasferimento in altri più ridotti. 

Per ultima, ma non ultima – come si dice in questi casi – il ruolo della tecnologia e gli investimenti che le aziende sono chiamate a fare in questo campo. La già citata relazione annuale di Bankitalia osserva che il ricorso allo smart working segnato dalla pandemia Sars-CoV2 <<è cresciuto soprattutto tra le attività che nel triennio precedente la pandemia erano più produttive e avevano investito in tecnologie cloud>>. Qualcuno aveva dubbi?! 

Infine, quello che la relazione di Bankitalia anche rileva, purtroppo, è un quadro occupazionale fosco. La crisi economica ha colpito di più una fascia di lavoratori rispetto ad altre, ovvero quelli precari, con meno tutele e protezioni del sistema in termini di ammortizzatori e con mansioni che non possono essere svolte da remoto. Perché un altro dato è emerso in tutto il mondo: per chi guadagna bene e può fare smart working, il rischio di contrarre il virus è fino a dieci volte più inferiore di quello a cui è sottoposto chi ha mansioni peggio retribuite