Maria Cristina Koch, filosofa della scienza, libera professionista dal 1973 è psicoterapeuta, formatrice e saggista. Oltre a numerosi contributi per l’Huffington Post, il suo ultimo libro è Counseling. Un modo di abitare il mondo. Presupposti, tecniche, finalità uscito per Guerini Next nel 2017. Si occupa soprattutto della formazione del pensiero e dei diversi registri della comunicazione ed è Presidente di Sistema Eduzione.

Ciao Maria Cristina, ti presenti ai nostri lettori in dieci righe?

Ho passato i 76 anni, sono una persona molto curiosa e continuamente alla ricerca di esperienze nuove, sempre connesse alla persona umana in un quadro di rispetto eco-ambientale. 

Mi piace intersecare arte, umanesimo e scienza. Sono passata dall’epistemologia alla psicoterapia, alla Terapia della famiglia, dei gruppi, allo studio della comunicazione nelle Organizzazioni non necessariamente imprenditoriali ma orientate a un obiettivo preciso legato al fiorire della persona. Ad esempio, il rapporto di comunicazione funzionale con il proprio corpo. 

Ho lavorato in contesti molto differenti, dal Comune di Milano al Cile, allo sciamanesimo, all’ambito politico, al Senegal. Quando mi sembrava di aver capito qualcosa, ci scrivevo un libro e poi mi rivolgevo a tutt’altro.

Qual è la tua esperienza all’interno delle Organizzazioni?

All’interno delle Organizzazioni, ho visto gli stessi andamenti che, in piccolo, accadono nelle famiglie: un tema difficile, quello dell’ecosistema, in cui il rispetto dell’individualità di ciascuno va intrecciato con il progetto, l’obiettivo comune con i desideri di ciascuno. Un magnifico puzzle in perenne movimento, sempre in trasformazione vitale.

Come è cambiata la dimensione umana nel mondo del lavoro?

Mi piace pensare che il lavoro è ciò che mi permette di guadagnare per vivere ma il lavorare è il mio tempo. Mi sembra di poter cogliere un gran desiderio, molto innovativo, di far uso delle situazioni di lavoro, di adeguarsi alle necessità richieste ma, assieme, una crescente attenzione ai propri desideri e al proprio progetto di vita.

Si può parlare di un’innovazione eminentemente umana?

Umana sì, ma occorre, appunto, che noi umani ci occupiamo seriamente di plasmare l’innovazione in movimento, affinché ci rispetti e ci rappresenti. Non possiamo delegare ad altri, e occorre domandarsi seriamente che “umana” vogliamo che sia, come riconoscerla, come modificarla.

Che rapporto hai con la digitalizzazione?

La digitalizzazione ha aperto a tutti noi spazi di pensiero e di movimento sconfinati. Anche in quest’ambito è necessario che evitiamo di voler “semplificare”. Deve essere una versione nuova, attuale, raffinata del nostro comunicare, certamente non ne è la banalizzazione semplificatrice. Il destinatario del nostro messaggio è una persona intera, viva, con desideri e aspettative.

Qualunque forma di comunicazione deve essere curata e destinata appositamente a quella persona, gruppo, o insieme che sia affinché ne possa fare uso.

Quale suggerimento daresti a chi gestisce, come leader, le Organizzazioni?

Credo che sia necessario per ciascuno di noi mantenere e rispettare la complessità ricca, e ingombrante, del vivere associato. E, di volta in volta, poter individuare l’interlocutore più adeguato e potersi, anche, prendere il lusso di riconoscere i nostri scivoloni senza troppa drammatizzazione.