La settimana in corso è la Green Week dell’Unione Europea, edizione 2021 dedicata alla sensibilizzazione sull’inquinamento. Alla cattiva qualità dell’aria sappiamo bene che contribuiscono gli spostamenti individuali per recarsi al lavoro e ci auspichiamo il consolidamento dello smart working sia di contributo per ridurlo. D’altra parte ci sono i numeri a sostenerlo.

Secondo l’indagine fatta da Repubblica – e presentata in un articolo di Jaime D’Alessandro del 10 maggio dal titolo “Con lo smart working due miliardi di chilometri in meno”se metà dei dipendenti pubblici e privati, che possono svolgere le loro mansioni anche da casa, a turno evitasse di andare in ufficio dopo la fine dell’emergenza sanitaria ci risparmieremmo 330mila tonnellate di CO2 emesse.

Il 12 maggio il Ministro della Transizione ecologica Roberto Cingolani e il ministro delle Infrastrutture e della Mobilità Sostenibili, Enrico Giovannini, hanno posto la propria firma su un decreto con le linee guida che delinea le funzioni del mobility manager con l’obiettivo “di ridurre l’impatto ambientale derivante dal traffico veicolare privato nelle aree urbane e metropolitane negli spostamenti sistematici casa-lavoro”.

La retorica, così, ci dice che con la pandemia si sono potute attuare delle serie modifiche, come l’attuazione di un decreto che inserisce la figura del mobility manager come essenziale, oggi, e che questo sia davvero l’inizio di un cambiamento epocale.

I fatti ci dicono, invece, che il mobility manager è una figura introdotta nel 1998 quando in Cina si parlava già di transizione ecologica. Vent’anni, già, in cui questa figura è stata vista come secondaria e minimamente contemplata da aziende ed enti comunali. E oggi, invece, il mobility manager diventa la figura necessaria per un’autentica transizione ecologica e un nuovo metodo di conciliazione di casa-lavoro a cui auspichiamo. Soprattutto per gestione dello smart working.

Mobility manager: storia dei vari decreti.

La figura del mobility manager nasce in Italia già 23 anni fa, precisamente con il Decreto Ministeriale del 27 marzo 1998 in seguito agli Accordi di Kyoto del 1997 per la riduzione delle emissioni inquinanti. Ventitre anni fa, tale decreto (decreto Ronchi) introduceva così la figura del manager della mobilità in enti pubblici e aziende obbligatorio per tutte le aziende con 300 o più dipendenti che si trovassero in un comune con 100 mila o più abitanti.

Nel 2015 il decreto si estese alle scuole. Ma ad oggi, secondo una ricerca condotta da Wired, su 12.848 enti pubblici in Italia che dall’entrata in vigore del dm 27 marzo 1998 avrebbero dovuto dotarsi di un mobility manager, quelli che effettivamente hanno introdotto la figura sono in realtà pochi. Nelle grandi città come Roma e Milano i mobility manager sono complessivamente 480 (300 a Roma e 180 a Milano). Il Sole 24 ore riporta che nel 2016 in Italia erano presenti solamente circa 850 mobility manager. Il nuovo decreto è stato così varato per recuperare queste lacune obbligando le aziende con 100 o più dipendenti in comuni con 50 mila o più abitanti, a proporre un Piano spostamenti casa-lavoro (Pscl), compito, appunto, del Mobility Manager.

Mobility manager: chi è e cosa fa.

Il mobility manager è la figura che si occupa di creare un Piano spostamenti e mobilità casa-lavoro o casa scuola raccogliendo dati sulle abitudini e esigenze dei lavoratori o degli studenti. Nel nuovo decreto ci si riferisce a due tipi di mobility manager: aziendali e scolastici e mobility manager d’area. Il mobility manager aziendale è una figura specializzata nell’ambito degli spostamenti casa-lavoro del personale dipendente e degli studenti, mentre, il manager d’area, si occupa del supporto al Comune territorialmente competente.

Sostanzialmente, il mobility manager aziendale e/o scolastico dà vita ad un report, Piano spostamenti casa-lavoro (Pscl), che è finalizzato a migliorare la raggiungibilità dei luoghi di lavoro e ottimizzare gli spostamenti dei propri dipendenti. Tale piano viene destinato al mobility manager d’area che identifica gli interventi attuabili. Tra questi: l’adozione di soluzioni di car pooling e car sharing, l’implementazione di un servizio collettivo aziendale o incentivi per l’uso dei mezzi di trasporto pubblici o di veicoli alternativi come biciclette e monopattini elettrici.

Inoltre, uno dei compiti del mobility manager è quello di spalmare il lavoro da casa lungo la settimana per evitare che tutti lavorino da remoto nello stesso giorno e poter consentire al personale una conciliazione tra casa e lavoro più equa.

Come lo fa? Attraverso strumenti statistici e tool di geocoding ma, soprattutto, attraverso questionari di tipo sociologico per conoscere le esigenze del personale aziendale e scolastico. Da questi dati e le esigenze dei lavoratori costruisce un database della mobilità aziendale e, sulla base di questo, proporre il piano per lo spostamento casa – lavoro/casa-scuola.

Una figura fondamentale per gestire lo smart working.

La transizione ecologica sembra camminare allo stesso passo della transizione nel mondo del lavoro. Il mobility manager diventa così la figura necessaria per gestire lo smart working e per ridistribuire gli orari nei luoghi di lavoro e nelle scuole, non solo in merito all’ecosostenibilità ma ad un tenore di vita migliore.

Alcune ricerche commissionate da Regus, multinazionale che opera a livello globale offrendo spazi di lavoro flessibili e dalle sperimentazioni svolte direttamente dal Gruppo Carisbo, sostengono che lo smart working aiuta conciliare meglio vita privata e lavorativa e che il 70% dei lavoratori tende ad essere più efficiente e concentrato lavorando da casa, aumentando così la produttività.

Dunque se inizia la stagione del remote working speriamo finisca quella del free rider!