Distribuisce l’economia dei consumi e riduce l’impatto ambientale degli spostamenti. Le aziende policentriche potrebbero contribuire a sperimentare un network virtuoso.

Lo scorso 10 maggio su Repubblica è uscito un interessante articolo di Jaime D’Alessandro dal titolo Con lo smart working due miliardi di chilometri in meno”. Si riportavano i conti di quel che accadrebbe se metà dei dipendenti pubblici e privati, che possono svolgere le loro mansioni anche da casa, a turno evitasse di andare in ufficio anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria. A Repubblica hanno analizzato i movimenti di 30 milioni di cittadini durante la pandemia grazie ai dati delle SIM degli smartphone per stimare quanta CO2 è stata emessa in base agli spostamenti.

Dai risultati emergono volumi impressionanti, 2 miliardi e 400 milioni di chilometri percorsi in un anno che significano – fra pedaggi e usura del veicolo – una spesa a testa è di circa 300 euro, per un totale complessivo di un miliardo e 100 milioni di euro. A questo si aggiungono 330mila tonnellate di CO2 emesse.

L’esempio del Comune di Milano

La necessità di affrancarsi dallo smart working domestico, magari senza limiti geografici per i freelance, ha portato anche in Italia il fenomeno del “near working” che prevede la possibilità di fare smart working sfruttando l’ospitalità di uno spazio, dislocato in una posizione di maggiore prossimità. In questo il Comune di Milano si sta dando molto da fare e ha coinvolto un centinaio di realtà territoriali di coworking grandi e piccoli per fare rete.

La diffusione di queste realtà costituisce una risorsa per tutti coloro che cercano un’alternativa al lavoro da casa e ai lunghi spostamenti per raggiungere l’ufficio.

Lo scorso 15 marzo, l’Assessore alle Attività Produttive di Milano Cristina Tajani ha presentato l’impegno dell’amministrazione nell’ottica della “città a 15 minuti”: “per iniziare a costruire una nuova città basata sulla prossimità abbiamo bisogno di modificare i luoghi e gli spazi del lavoro con il contributo di imprese, amministrazioni e corpi intermedi”.

La nuova frontiera del Near Working

Ora provate a immaginare una situazione che definiremmo “intermedia” in tema di spostamenti: siete dipendenti dell’azienda A che dista 60 km dalla vostra abitazione, ma oggi lavorate da remoto presso uno spazio dell’azienda B che è vicino casa. Poi domani siete in trasferta in un’altra regione e vi appoggerete in smart working presso l’azienda C. Dove sta il trucco?

Bene, il futuro potrebbe essere quello di aziende che hanno in disponibilità sedi diffuse sul territorio italiano e decidono di fare rete, permettendo ai loro dipendenti di lavorare da remoto in uno degli spazi messi a disposizione comune: quello più prossimo!

Con la cultura del “near working” le aziende potranno creare nuovi piani organizzativi e con un network a livello logistico, i dipendenti di queste realtà potranno lavorare in uffici condivisi – quello più prossimo sul territorio a loro – ed essere più felici per aver rotto la monotonia e i disagi dell’home working.

Ora, il distacco emozionale dalla propria scrivania, avendo solo il desk, dovrebbe essere assodato con la pandemia da Sars-CoV 2, resta da fare un ulteriore passaggio culturale, quello di varcare le porte di un’altra azienda pur continuando a lavorare per la propria. Ne beneficeranno anche gli esercizi di prossimità che tanto hanno pagato le chiusure del lockdown.