Il 2020 e buona parte del 2021 sono stati caratterizzati dal remote working. Come si inserisce una riflessione sulla moderna modalità di lavora con la sensazione che il world wide web sia sfuggito al controllo umano. Il web, autoregolandosi grazie ad algoritmi che ne affinano la capacità di funzionamento e servizio, ha impregnato così tanto la nostra vita che siamo noi a doverci adattare a internet. Siamo oltre la fantascienza. Il cinema – da Matrix Blade Runner – ha immaginato intelligenze artificiali che si evolvono fino ad essere indistinguibili dall’uomo nell’agire, nel pensiero e nei sentimenti.

Oggi, invece, essendo impensabile vivere e lavorare offline, siamo noi che ci siamo adeguati alla macchina. Il 2020 è stato l’anno del remote working, dicevamo, ma anche quello del boom delle App social e di incontri. 

Non solo le App, c’è tutta la branca della gig-economy che è basata su algoritmi di rete. Gli algoritmi vogliono spingerci a comportarsi sempre in maniera perfettamente logica, quindi l’online è diventato biopolitica. Siamo eternamente connessi, non solo per lavoro, ma anche prima e dopo. Spesso lo smartphone è il primo oggetto che prendiamo in mano la mattina appena alzati e l’ultimo che posiamo prima di addormentarci.

Vivendo continuamente in simbiosi con il web viene meno il significato dell’espressione “staccare dal lavoro”, perché è impossibile o quasi. E qui tocchiamo un punto critico dell’evoluzione tecnologica applicata al lavoro: “drogare” l’efficienza dei lavoratori con strumenti che li rendono sempre reperibili e spiabili. Non si tratta solo dello scandalo del software di Apple che localizza costantemente, Edward Snowden ha definito lo smartphone <<a spy in your pocket>>! 

Il filosofo croato Srećko Horvat – una delle menti più brillanti che abbiamo in Europa – afferma nel suo saggio “Sovversione! Conversazioni su politica, amore e tecnologia” che

<< […] 80 like permettono a Facebook di conoscerti meglio di quanto ti conosce il tuo partner>>! 

il filosofo Srećko Horvat

Attenzione però, in fin dei conti non è l’intelligenza artificiale che tramite l’esperienza migliora le sue performance esattamente come fa l’uomo. Sotto sotto il digitale ha messo ha disposizione di alcune piattaforme – le Big tech, da Google ai social – un’incredibile quantità di nostri dati personali prodotti ogni momento che siamo connessi online, volontariamente o involontariamente mentre siamo in remote working. Ecco cosa fanno i “terribili” algoritmi: leggono, filtrano e immagazzinano dati su di noi. Questo è il vero significato di “intelligenza artificiale”.

La scrittrice americana esperta di tecnologia Joanne McNeil ha scritto un libro dal titolo “How a person became a user” per descrivere la mutazione della nostra fruizione del web. Dobbiamo ricordarci quindi che molti dei servizi di cui usufruiamo, da una ricerca su Google all’aprire un account social, sono gratuiti perché siamo noi il prodotto in vendita! Siamo venduti sotto forma di dati, gusti e preferenze. In una parola: profilazione.

Tutto questo ha un effetto su di noi come cittadini, consumatori e lavoratori. Il bene più rilevante per una piattaforma è l’informazione, per questo parliamo adesso di “capitalismo dei dati”. Amazon è il nuovo padrone. E come in ogni sistema capitalistico, anche quello dei dati crea disuguaglianza. Per questo occorrono leggi internazionali per arginare le Big tech.

Le piattaforme online da una parte massimizzano l’efficienza al servizio del cliente consumatore, ma dall’altra creano nuove forme di controllo. È il caso di Facebook che ha mandato i dipendenti in smart working, pagando pure incentivi per trasferirsi all’estero, per testare nuovi software di condivisione e controllo del lavoro da remoto (ne ha parlato Miriam Belpanno in un nostro precedente articolo Perché Facebook concede lo smart working a tempo indeterminato).

Sono ormai duecento anni che il “lavoro” è sviscerato e indagato dalle riflessioni di grandi filosofi – da Karl Marx a Zygmunt Bauman – eppure oggi, nell’epoca del remote working, c’è la necessità di aggiungere qualcosa di nuovo alla narrazione della rivoluzione digitale.

Come dice Horvat, <<the current system is more violent than any revolution>>.

cover photo: Ian Livesey via Flickr