Il settore pubblico è chiamato ad una sfida culturale. Un lavoro per obiettivi anziché su comando.

La diffusione dello Smart Working in Italia ha segnato un passaggio culturale nel quale si è capito che la responsabilità dei dipendenti oltre le gerarchie poteva essere messa a frutto. Viene quindi da chiedersi se il lavoro agile sia una risposta alla annosa richiesta di semplificare e velocizzare la macchina burocratica. Ma dall’introduzione della normativa ad oggi, non si è ancora raggiunto lo scopo di avere il 10% del personale della Pubblica Amministrazione che lavora in modalità “smart”. Il passaggio dal lavoro a comando a lavoro a progetto richiede un grande sforzo del settore per concentrarsi sui contenuti anziché le procedure. Un cambio culturale non da poco, considerando che il profilo della dirigenza è ancora in grande parte esclusivamente giuridico “vecchio stile”.

Inoltre, con il blocco delle assunzioni per molti anni, non si è rinverdita la figura del “burocrate”. Impedendo a giovani figure di entrare a far parte della macchina dello stato portando un nuovo bagaglio culturale. Riorganizzarsi in ottica di obiettivi e progetti è un cambiamento grande nel modo di pensare il lavoro da parte dei dirigenti nel privato, a maggior ragione nel pubblico. A questo sia associa un’indispensabile investimento in nuove tecnologie che permettono la digitalizzazione di tutti i servizi per l’efficienza da remoto. Quindi ricapitolando i nodi sono: autonomia, responsabilità e formazione digitale.

Il Coronavirus e lo smart working forzato per i dipendenti pubblici.

Il Covid-19 ha imposto a molti dipendenti pubblici a lavorare da casa. Secondo un sondaggio del Forum P.A. il 94% di loro vorrebbe proseguire in smart working anche dopo l’emergenza sanitaria. Nel 2018 erano meno di 10.000 in tutta Italia quelli che operavano in modalità agile e all’improvviso il Coronavirus ha fatto lavorare da casa il 92% degli impiegati statali. Come la maggior parte di quelli del settore privato, anch’essi senza formazione e spesso senza strumenti adeguati hanno a sperimentare il remote working domestico. 

Con l’emergenza epidemiologica, per quel che riguarda il lavoro della P.A., i dati dicono che è stato sconfitto il timore di lavorare da casa. Uscire dalla comfort zone lavorativa, la categoria dei dipendenti pubblici ha risposto in modo molto positivo al lavoro agile. Sia chi ha più anni di servizio, e quindi anagraficamente più avanti con gli anni, sia chi ha maggiore familiarità con le tecnologie informatiche. Il Forum PA ha osservato un completo adattamento alla nuova realtà lavorativa, o per meglio dire organizzativa

Passato un primo momento di adattamento alla situazione, tutti hanno notati i notevoli vantaggi che porta lo smart working. In particolare, è stata dimostrata un’immediata disponibilità di documenti e procedure, che hanno portato ad una risposta più rapida alle richieste avanzate dalla cittadinanza. 

I problemi principali da remoto per la PA

Le difficoltà non sono mancate, principalmente nell’organizzazione “alternata” fra lavoro d’ufficio e lavoro agile. Ovviamente poi ci sono servizi, quelli di front office, oppure i progettisti che da remoto non hanno potuto svolgere le stesse funzioni. Inoltre, in particolare per i Comuni – la struttura più prossima al cittadino e che vanta anche rapporti umani per casi delicati – non è stato semplice in merito ai servizi sociali oppure a quelli per l’infanzia.

Il problema principale è legato alla disponibilità di strumentazioni e conoscenze informatiche. In particolare sulla strumentazione, anche nel pubblico c’è stato una difficoltà per non avere a casa le stesse dotazioni di cui dispongono in ufficio oltre a spazi domestici adeguati. In merito invece alla connettività, non sempre i dipendenti disponevano di reti da garantire un rapido trasferimento dei dati e di processi.

Un cambio di passo culturale

Premesso quanto sopra, la P.A. non deve farsi sfuggire questa opportunità. I risvolti positivi sono molteplici. Di questi, due sono essenziali. Il primo è l’implementazione dei processi in forma telematica, da poter attivare a distanza, senza necessità di presentare documenti e recarsi personalmente agli uffici. Il secondo è la conciliazione – coordinare lavoro con gli impegni familiari e personali – slegando l’attività da quel vincolo di orario che non garantisce la tanto richiesta efficienza. 

Per concludere, anche l’attività della PA, e di ogni singolo dipendente, può darsi obiettivi che per essere raggiunti non hanno bisogno di una quantità prestabilita di ore “in presenza”. Bensì, di una qualità del lavoro che faccia anche coincidere i tempi di vita. In questo la burocrazia sicuramente ne troverebbe miglioramento.

Articolo di Francesco Sani

Foto: il Ministro della Funzione Pubblica Fabiana Dadone

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