<<Qui non c’è niente. Ecco una frase che ho sentito migliaia di volte, come se mi fossi rivolto non a delle persone ma a una segreteria telefonica>>. Franco Arminio

I borghi italiani, quelli cantati dalla penna del poeta Franco Arminio, sono un “niente” in realtà spesso ricco e fertile dal punto di vista storico e attuale, fatto di paesaggi, gesti, intimità, campagne abitate e magari qualche edificio incompiuto.

Una tendenza che ha preso piede dal 2020, in concomitanza – o in reazione – alla pandemia e le restrizioni, è la riscoperta dei piccoli centri come scelta di vita. I borghi, spina dorsale dell’Italia per secoli, sacrificati in nome della modernità, sono tornati centrali nella società post-moderna? Da dove nasce questa scelta di tornare ad abitare luoghi che conoscono lo spopolamento e cosa ci stanno trovando qui molte persone in smart working che hanno lasciato i grandi centri urbani?

Potremmo dire che la pandemia ha penalizzato la vita sociale e la tecnologia ha favorito il lavoro da remoto, ma questo non tiene conto dell’ultima domanda che dobbiamo porci: com’è che le immobiliari straniere apprezzano i borghi italiani più di noi? L’architettura italiana, sulla scia innovativa dell’Impero Romano, da sempre è apprezzata. Pure un rudere del Cinquecento rappresenta un modello di costruzione unico. A dirlo è anche Brunello Cucinelli – con la sua realtà Solomeo – che la storia architettonica è un valore inestimabile.

L’Italia intera potrebbe essere patrimonio UNESCO in un mondo in cui il “modernismo” ha prodotto prefabbricati, creando un’architettura urbana indotta dalla speculazione edilizia. L’esatto opposto dell’arte artigianale dei nostri monumenti storici. Non a caso realtà di crowdfunding internazionali vengono nel Belpaese a investire più di prima nelle realtà rurali. Questo interesse nasce da un ripensamento della società del “più” e capirlo ci porta alla risposta anche ai primi due quesiti.

Nel Novecento l’industrializzazione forzata dell’Italia ha portato ad uno spopolamento dal Sud verso il Nord, dai borghi verso le città, o dalla montagna verso le valli. È stato fatto in nome di uno sviluppo – spesso senza progresso – che ha raffigurato come triste e povero un mondo fino allora incontaminato nelle sue regole e tradizioni. Nel frattempo, le città vedevano tirare su velocemente cinture di periferie alienanti, oggi simbolo di disagio ed esclusione. I borghi hanno perso servizi, luoghi d’aggregazione e per ultimo, nell’epoca digitale, sono stati tagliati fuori dalla connettività. Insomma, da un punto di vista socio-urbano il gioco è stato a perdere in tutti i sensi: abbiamo inquinato e lasciato alla mercé della speculazione immobiliare le città e spopolato i piccoli centri.

La parabola declinante di questo modello di accentramento delle funzioni nelle città – finita nell’epocale crisi del 2020 con pandemia del Covid19 – era partita dagli anni Novanta, quando le progressive tensioni sociali avevano fatto esplodere la “questione urbana”. Le grandi città hanno sempre richiamato a sé molti talenti, con la promessa di maggiori possibilità di carriera, ma poi l’estenuante pendolarismo dai quartieri dormitorio, la vita meno salubre e lo stress hanno presentato il conto. Un conto alla fine pagato in termini di benessere dai lavoratori. Consumatori per le varie “Conf-qualcosa”, che si lamentano del centro di Milano deserto a causa dello smart working, ma nella sostanza persone che hanno scoperto che si può lavorare vivendo meglio. 

I borghi stanno rappresentando la via d’uscita dal “vecchio mondo”, sono ossigeno e spazi verdi. E chi meglio dell’Italia può offrire campagna, mare e montagna una volta preso coscienza delle difficoltà pratiche di vivere nelle grandi città? Ovviamente serve pensare al borgo in ottica moderna, mantenendo la cultura e le tradizioni che caratterizzano la popolazione italiana da generazioni. Portare la connessione in banda larga dov’era prima assente non è sufficiente senza agire sul dinamismo del territorio. Questo è il primo handicap da superare.

Oggi, incredibilmente lo smart working, può invertire quell’urbanizzazione che ci viene presentata come tendenza inesorabile, ma servono servizi e attività culturali a chi vuole cambiare vita

Le Nazioni Unite stimano che nel 2030 il 70% della popolazione mondiale vivrà in città. L’Italia è un Paese unico e potrebbe essere il primo a rompere la pressione antropica – favorita dal decennale accentramento nei capoluoghi di funzioni amministrative, economiche e sociali – riprendendo possesso delle zone “emarginate” per godere della loro bellezza. Da qui al 2027 una parte importante del PNRR sarà investita sui territori, è un’ottima occasione per ridurre gli squilibri e far ripartire un’economia capillare. Il tempo della cementificazione deve finire.

Cover Photo: © Simone Donati. Foto tratta da “Varco Appennino”, un’esplorazione di paesi lungo la catena montuosa che dalla Calabria attraversa Basilicata, Campania, Molise, fino al confine con l’Abruzzo.