In questi giorni l’azienda VoipVoice di Montelupo Fiorentino è balzata agli onori della cronaca sui giornali, alla radio, in TV, sui social e sulle riviste online. Hanno parlato di loro al Tg5, a Studio Aperto, TGCom24, Radio Rai1, La Repubblica, il Corriere della Sera, SkyTg24, La StampaLa NazioneIl Tirrenol’AvvenireFamiglia Cristiana, l’ANSA. E ancora su Radio Capital, R101, Radio24, RTL102,5, Radio Montecarlo, perfino Barbara D’Urso a Pomeriggio 5 li ha citati. Cosa è successo? 

La settimana scorsa il manager e titolare Simone Terreni ha raccontato la storia della sua collaboratrice Federica Granai che, dopo aver superato i colloqui di assunzione, scopre di essere incinta e prima di cominciare lo informa preoccupata della cosa. Simone gli ha risposto, con un sorriso: <<tutto qui? L’arrivo di un bambino per noi non è un problema>>. La storia risale lo scorso anno ma è stata resa nota solo ora perché si è concluso il percorso di prova e l’assunzione di Federica al customer care di VoipVoice.

Ma evidentemente in altre realtà non è così. A giudicare dalla marea di messaggi e commenti che ha ricevuto sui social, dove molte donne hanno raccontato di come siano state discriminate durante i colloqui o mentre lavoravano – solo perché avevano figli o li avrebbero potuti avere – abbiamo un nervo scoperto nella società italiana.

Ma lo smart working può scardinare questo sistema retro-culturale. Considerando che l’Italia è uno dei paesi con la più bassa produttività d’Europa, c’è evidentemente un legame con la bassa percentuale d’impiego femminile.

Abbiamo intervistato Federica Granai – adesso neomamma – per sentire la loro opinione, non tanto sull’imprevista notorietà, quanto sulla necessità di una più moderna modalità di lavoro nelle organizzazioni.

Federica, come hai vissuto lo smart working nei mesi della maternità?

Sicuramente mi ha agevolato lavorare in smart working in quel periodo, non tanto all’inizio, quanto piuttosto al sesto o settimo mese di gravidanza. Cerca di capirmi, con il pancione, mettersi in auto per raggiungere la sede di lavoro può essere disagevole. Invece Simone mi ha dato tutti i benefit possibili: il doppio schermo, il router aziendale, la connettività… Sembrava di essere in ufficio!

Simone Terreni in più di una intervista ha detto che diventare genitori aumenta il senso di responsabilità, quindi non capisce il timore di certe organizzazioni che ritengono la maternità un ostacolo alla produttività…

La questione è complessa e intreccia un certo retaggio culturale con le politiche sociali. Come saprai, non abbiamo in Italia un vero e proprio sostegno alla maternità, eccetto un piccolo assegno familiare mensile. Credo che alla base i lavoratori dovrebbero avere un contratto stabile, altrimenti certe scelte di vita sono influenzate troppo dai costi materiali per portarle avanti.

Lo smart working può scardinare il pregiudizio sulla conciliazione tra lavoro e maternità? Sta diventando una questione generazionale, dato che i giovani sono sempre meno legati alle classiche 8 ore?

Sì, ne sono convinta che sia così, non solo per la mia specifica esperienza. Questa è un’opportunità importante per conciliare il lavoro con la vita personale. Per me lo smart working è tutto, è un’agevolazione non indifferente. Ci sono momenti dove la presenza in azienda è importante per un confronto con i colleghi, ma la tecnologia ormai ha ridotto la frequenza di questa esigenza.

Non c’è più questa distanza, quindi a mio avviso è più l’imprenditore che si deve risintonizzare su questa frequenza. Di contro c’è una debole capacità contrattuale delle persone che magari pure si impegnano, fanno straordinari, ma non vedono risultati di apprezzamento sul loro lavoro. Fortunatamente qui a VoipVoice ho trovato una realtà dove Simone ci propone obbiettivi semestrali o annuali. Questo ti fa sentire utile all’azienda.

Quindi, la domanda madre è sempre un problema organizzativo?

Guarda, in questi giorni nelle interviste a Simone è stato punzecchiato notando che la sua azienda è nel settore dei servizi avanzati e può permettersi di concedere una certa flessibilità nella modalità di svolgimento del lavoro. Lui risponde sempre che in Italia su una popolazione attiva di 23 milioni di persone, fino a 11 potrebbero potenzialmente lavorare in smart working. Voglio dire, non possiamo prendere tutto il mercato del lavoro italiano e tutti i suoi settori, ma abbiamo una bella fetta di intervento!