Come ormai tutti sanno lo smart working di emergenza terminerà il 31 agosto. Ma qual è la situazione italiana al momento? In un articolo uscito lunedì 8 agosto su Repubblica, a firma Rosaria Amato, dal titolo Per lo smart working rivoluzione a metà, poco e solo nel privato” si riportano un po’ di dati sulla diffusione attuale del lavoro agile che sembrano segnare una controtendenza che, sinceramente, un po’ sorprende. Secondo l’ISTAT, nonostante l’aumento per quella che era al 2019 la diffusione nel nostro Paese e il consolidamento nelle grandi aziende, ad oggi l’Italia è comunque fanalino di coda nell’Unione Europea. Interessa “solo” il 13,6% dei lavoratori contro una media UE del 20,6%. Nelle altre due grandi economie dell’area euro siamo al 25% in Germania e al 30% in Francia. Nella Pubblica Amministrazione poi la percentuale è crollata, data la decisione del ministro Renato Brunetta di richiamare tutti in ufficio già alla fine del 2021. Il commento dell’articolo sopracitato è che in Italia la rivoluzione smart working sia sostanzialmente fallita: la mancata proroga sembra voglia archiviare un’esperienza che ha cambiato le abitudini dei lavoratori ma, per poco tempo. 

Marco Carlomagno, segretario del sindacato autonomo della pubblica amministrazione FLP – già ospite al nostro Smart working Day di Roma lo scorso novembre – ha dichiarato a Repubblica che nella realtà quotidiana della funzione pubblica il lavoro agile è ormai una realtà marginale. <<Lo smart working presuppone gestione dei processi, deleghe distribuite, misurazione di obiettivi e dei risultati. Sono verifiche che nella pubblica amministrazione, salvo qualche eccezione, mancano. Abbiamo assistito a un considerevole ritorno in presenza e la media del lavoro da remoto si assesta a uno massimo due giorni a settimana. Credo si stia facendo rientrare lo smart working sotto forma di welfare o benefit, così da non dover affrontare la faccenda del lavoro per obiettivi>>.

Due giorni prima era stato il Corriere della Sera a segnalare l’inversione di marcia con un articolo di Diana Cavalcoli dal titolo Smart working in Italia rallenta mentre in Ue aumenta, rivelando i dati dell’indagine di Randstad, la multinazionale olandese delle risorse umane. In sostanza, nel post pandemia sono solo 2,9 milioni i lavoratori da remoto, il 37,2% dei potenziali 8 milioni di smart worker del Bel Paese.

Il nostro Samuel Lo Gioco chiesto su LinkedIn un breve commento in merito ad alcuni dei nostri autorevoli contatti, ecco alcuni dei pensieri estratti dal piccolo dibattito che abbiamo creato online.

Giovanni Scansani, docente all’Università Cattolica di Milano, sottolinea ancora la mancanza di premesse culturali dello smart working. <<Senza una reale riprogettazione del lavoro – figlia di una cultura improntata alla partecipazione, alla co-progettazione, alla cooperazione, al reale empowerment dei team e non meno conseguente alla capacità dei lavoratori di riconsiderare il proprio modo di lavorare e di ripensarsi – si limita a essere una misura di conciliazione vita-lavoro, con quel che ne consegue sul piano delle relazioni con chi lo smart working non lo può fare per il tipo di lavoro che svolge. La virata “welfaristica” è anche figlia della produzione normativa emergenziale che ne ha fatto, prima, uno strumento di prevenzione del contagio e poi di assistenza ai lavoratori cosiddetti “fragili” o con carichi di cura. Per i quali, peraltro, ci sono leggi ad hoc e sono possibili ulteriori perfezionamenti normativi e contrattuali, che però non hanno a che fare con il reale lavoro agile. Ossia con una modalità organizzativa inserita in un più ampio quadro trasformativo dell’intera impresa>>.

Le piccole organizzazioni siano forse da additare come punto debole per l’implementazione delle modalità di lavoro “smart”? Non è d’accordo Osvaldo Danzi, Executive & Social Recruiter e HR Manager.

<<Non mi sembra che le multinazionali in Italia su questo tema brillino di più. Il fenomeno della great resignation ci sta restituendo risultati totalmente diversi: persone che escono da aziende grandi per andare a parità di stipendio in aziende più piccole dove viene permesso di lavorare da posti anche molto lontani rispetto all’azienda ma più sostenibili e vivibili, dove lo stipendio vale anche il doppio>>.

Piuttosto dura l’opinione di Matteo Cerri, Chief Strategist a ITS ITALY e CEO del fondo i2i. <<Nelle aziende italiane che seguo c’è quasi un percorso involutivo… Difficile da cambiare perché spesso a resistere sono gli imprenditori, ma anche gli stessi lavoratori ed i loro sindacati. Una battaglia a cercare di far rientrare i vantaggi di certi cambiamenti entro i criteri di contratti e forme di lavoro che sono gli stessi di decenni fa… E non a caso cozzano>>.

Infine Gianluigi Cogo, consulente ed ex project manager a Regione Veneto la prende con ironia, lo smart working è stato una moda a cui tutti si sono innamorati perché tutti ne parlavano. <<…Poi, quando si tratta di rendere l’innovazione e l’evoluzione sistemiche e strutturali, c’è il fuggi fuggi generale perché in fondo “si stava meglio prima e si è sempre fatto così”. Insomma il cambiamento è faticoso>>.

In chiusura, come ha commentato Samuel Lo Gioco, resta l’idea che dobbiamo creare terreno fertile per i lavoratori del futuro, ascoltando molto attentamente quali siano le loro aspettative di lavoro. Non bisogna calzare lo smart working sulle aziende e mentalità di oggi, ma investire nel concetto futuro di impresa nella quale i giovani sarebbero felici di lavorare.