Evidentemente il Covid-19 ha avuto un impatto incredibile nelle aziende del tech. Ma se Apple, Facebook e Google hanno prorogato il lavoro da remoto a giugno 2021, ecco che a Stoccolma, alla sede di Spotify, si è seguita la linea di Twitter lo scorso anno e più recentemente Salesforcesmart working per sempre!

Vale per quei dipendenti che possono svolgere le loro mansioni lontano dagli uffici, ma la politica della multinazionale svedese che offre lo streaming musicale on demand è chiara. Presentata lo scorso venerdì 12 febbraio, l’annuncio sul sito dichiara: 

“L’efficacia non può essere misurata con il numero di ore trascorse alla scrivania, anzi, dando alle persone la libertà di scegliere dove lavorare incrementa la loro produttività”.

Non c’è da meravigliarsi per chi ha come slogan “Music for Everyone” abbia concesso ai collaboratori il “Working from Anywhere”. Il programma partirà dalla prossima estate e i circa 3.000 dipendenti della società potranno decidere se lavorare sempre da remoto o combinare alternanza casa-ufficio.

Daniel Ek e la migliore tradizione scandinava.

Nel 2006 Daniel Ek (classe 1983, a tutt’oggi CEO) fonda a Stoccolma una start up chiamata Spotify AG che tramite accordi con le più importanti case discografiche major e indipendenti, dopo pochi anni offre la possibilità di ascoltare in streaming oltre 15 milioni di canzoni.

Fino al 2012 occorreva avere un account Facebook per accedervi, ma da quell’anno diventa possibile registrarsi autonomamente e nel 2016, a dieci anni dalla fondazione, sono ben 40 milioni gli utenti. Oggi Spotify, finanziato dalla pubblicità e gli abbonamenti, è una public company da oltre 4 miliardi di fatturato e gli utenti sono diventati 320 milioni in tutto il mondo!

Daniel Ek – Forbes stima per lui un patrimonio personale di 2,3 miliardi di dollari – fin da ragazzino è appassionato di computer e musica, gli torneranno utili alla creazione Spotify, considerando che a 14 anni ha già imparato da solo la programmazione Html.

Ma andiamo con ordine. A 16 anni è già uno scaltro programmatore e fa domanda per entrare in Google, ma da Mountain View gli rispondono che deve essere come minimo laureato.

Finito il liceo Daniel si iscrive così al Royal Institute of Technology di Stoccolma per diventare ingegnere. Resisterà appena due mesi, subito stufo del programma del primo anno concentrato particolarmente sulla matematica. Abbandonata l’università, Daniel viene assunto da una società di digital marketing chiamata Tradedoubler che gli chiede di realizzare un programma che fornisca loro informazioni sui siti per cui a loro volta lavorano. Il programma funziona così bene che la Tradeboulder gli compra i diritti staccandogli un assegno da 1 milione di dollari!

A quel punto per capire come a 23 anni gli venga l’idea di unire musica e tecnologia bisogna tornare ai primi anni 2000, quando in tutto il mondo spopolano siti web per ascoltare e scaricare musica illegalmente.

Molti ricorderanno Napster, il file sharing creato da Shawn Fanning e Sean Parker e attivo dal 1999 fino al 2001 e la guerra persa dalle case discografiche che provarono a trascinarlo in tribunale.

Daniel Ek ha dichiarato a Forbes: “[…] l’industria musicale andava in malora, anche se la gente ascoltava più musica che mai e da una maggiore diversità di artisti”. Così, convinto che la pirateria on line non si sconfiggesse a colpi di legislazione, dopo alcuni anni di lavoro determinato – in collaborazione con Martin Lorentzon, suo ex titolare alla Tradedoubler – tra sviluppo della piattaforma e accordi con etichette discografiche, Spotify è online.

Daniel Ek, ceo e co-fondatore di Spotify. (Drew Angerer/Getty Images)
Daniel Ek, ceo e co-fondatore di Spotify. (Drew Angerer/Getty Images)

Smart working a Spotify.

Alla base di questa decisione, spiegano i manager, ci sono una serie di considerazioni che da sempre sono il cavallo di battaglia per noi di Smart Working magazine.

La prima è che il lavoro non è un rito che si consuma con il presenzialismo in ufficio, ma quello che effettivamente facciamo del tempo operativo; la seconda è che l’efficienza non si misura con il numero di ore passate in ufficio, ma al contrario si può monitorare anche dando ai collaboratori la liberà di scegliere da dove lavorare. E questo è dimostrato aumenti l’efficienza.

Poi dare flessibilità significa migliore gestione della conciliazione lavoro – famiglia. Questo rende più felici i dipendenti e attrae i giovani talenti, slegati dalla logica della presenza 8 ore alla scrivania. Spotify, allo stesso tempo, ha annunciato che favorirà anche i dipendenti che vorranno lavorare in spazi di coworking, convinti che un’organizzazione più fluida sarà più proficua per tutti.