La Spagna tenta la sperimentazione della riduzione della settimana lavorativa a 32 ore a parità di stipendio.

Dopo il Giappone con la filiale di Microsoft che regala 5 venerdì liberi a tutti i dipendenti e l’esperimento di settimana corta di Unilever in Nuova Zelanda, il 2021 potrebbe regalare anche questo test di settimana corta. Il governo spagnolo è pronto a stanziare 50 milioni di contributi per le 200 aziende pilota che vorranno provare a organizzare il lavoro su 4 giorni. 

La proposta è stata lanciata da un piccolo partito, il Mas Pais del giovane leader Iñigo Errejón (ex- Podemos) ed ha trovato l’accordo del vice presidente del governo Pablo Iglesias. Secondo i proponenti, riducendo l’orario di lavoro potrebbe aumentare la produttività, i consumi e la qualità della vita. Ma anche ridurre l’inquinamento da traffico e permettere di avere il tempo per attività di formazione. 

Iñigo Errejón ha commentato su Twitter: << Viviamo tristi, annegati ed esausti. Il nostro modello produttivo è scaduto e per migliorarlo proponiamo di ridurre la giornata lavorativa a 32 ore settimanali e di mettere la salute mentale al centro dell’agenda politica>>. E ancora, alla base dell’idea c’è la convinzione che <<la Spagna è uno dei Paesi in cui si lavorano più ore rispetto alla media europea. Ma non tra i più produttivi. Lavorare più ore non vuol dire lavorare meglio>>. Il progetto dovrà essere messo a punto dal governo centrale di Madrid, con la partecipazione di esperti, sindacati e aziende.

Nello specifico, la proposta di sperimentazione dovrebbe durare un triennio e lo stanziamento coprirebbe i maggiori costi per le aziende al 100% nel primo anno di sperimentazione, al 50% nel secondo e al 33% nel terzo. Come già detto, si punta a coinvolgere 200 medio-grandi aziende per un massimo di 6.000 lavoratori complessivi. Alla Confindustria iberica, CEOE, è preso un colpo: <<Nel pieno della peggior crisi spagnola dai tempi della guerra civile, dobbiamo lavorare di più, non di meno. Altrimenti non ne verremo mai fuori>> è stato il laconico commento. 


Eppure alla CEOE deve essere sfuggito che proprio in Spagna, alla Software Delsol, una realtà da 193 lavoratori e 56 mila clienti già da un anno ha adottato spontaneamente e senza incentivi le 32 ore settimanali. Tutti, impiegati e proprietà, ne sono soddisfatti: l’azienda andalusa ha comunicato che la produttività è aumentata del 6% e l’assenteismo è calato del 30%.

La Francia apripista 20 anni fa.

In principio fu la Francia. Nel 1997 – dopo che i socialisti vinsero le elezioni amministrative e Lionel Jospin divenne primo ministro – fu proposta la settimana lavorativa a 35 ore. Lo Stato avrebbe assorbito parte degli oneri fiscali e contributivi con l’obiettivo di dare ai lavoratori più qualità della vitae magari più occasioni di spendere nel tempo libero rilanciando consumi e PIL. 

Il MEDEF, ovvero la Confindustria francese, fece una dura opposizione e anche la destra era contraria – ricordiamo che quello fu un governo di coabitazione, il presidente era Jacques Chirac – ma la sinistra tenne duro nel dibattito per cinque anni. Finalmente, nel 2002, le 35 ore diventarono legge. A questa riforma sono indissolubilmente legati sia Jospin che l’allora Ministro del Lavoro (oggi sindaco di Lille) Martine Aubry. Ormai le 35 ore in Francia sono consolidate ed è impensabile tornare indietro.

In Italia, da 50 anni si è fissato solo il limite a 40 ore.

Su Corriere della SeraCorriere Tv l’opinione di Maurizio Del Conte, docente di Diritto del Lavoro alla Bocconi, non lascia spazio a dubbi: in Italia dobbiamo tenere presente il vincolo di una legge che ha fissato le 40 ore lavorative settimanali, stabilito oramai 50 anni fa, ma poi l’orario effettivo è determinato dalle varie contrattazione collettive con i sindacati.

A suo avviso, se per legge si fissasse per tutti il solito orario potrebbero esserci problemi organizzativi, quindi avere l’effetto contrario sulla produttività in un paese che già l’ha bassa. Anche in Italia la soluzione rimane quella dello smart working, con il lavoro svincolato dall’obbligo del timbro del cartellino, più che ridurre a 4 i giorni di lavoro.

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