Il panorama di mercato evolve sempre più velocemente: lavori cambiano, alcuni scompaiono altri nascono.

Che suggerimenti e informazioni possiamo dare alle persone e alle nuove generazioni? Questa è una domanda che da HR mi pongo spesso.

Spesso l’Università viene maltrattata per funzionamenti interni che rendono questo sistema a volte autoreferenziale e basato su criteri poco trasparenti. Si pensi al fenomeno del baronaggio universitario e alla presenza di attori del mercato di dubbia qualità. Quest’ultimo punto riguarda molte facoltà, ma è particolarmente evidente in alcuni atenei Telematici che vengono anche percepite nel mondo del lavoro come “titoli di serie b”.

Ottenere una laurea triennale ci rende più appetibili sul mercato del lavoro

Nonostante alcune incertezze laurearsi è ancora un ottimo investimento economico, qualsiasi sia il titolo raggiunto. Non è tanto il pezzo di carta in sé, come una noiosa narrativa stereotipata ci ha raccontato nel secolo scorso, ma proprio una questione di probabilità di occupazione e livelli di stipendio senza cadere in stucchevoli retoriche.

Chi dice che la laurea non serve a nulla, è in malafede o disinformato. Il fenomeno è molto chiaro vedendo i dati. Il database di Almalaurea è una fonte aggiornata, dove è possibile capire quali lauree abbiano tassi di occupazione più elevati e anche gli stipendi, inoltre è possibile anche studiare il dato vedendo specifici Atenei (qui). Questo studio ci potrebbe portare ad avere una visione consapevole.

Maggiore probabilità di trovare un impiego dei laureati

Riprendiamo una ricerca dell’ISTAT confrontando diplomati e laureati in un periodo definito, il 2015.

1) Diplomati nel 2011 e che nel 2015 lavorano “è pari al 43,5%

2) Laureati di I livello (laurea triennale) nel 2011 e che nel 2015 lavorano “è pari al 72,8%; all’80,3% per i laureati di II livello a ciclo unico e all’84,5%” (qui)

Stipendi tra diplomati e laureati

Qui la questione è apparentemente “controintuitiva”. Infatti un diplomato guadagna inizialmente di più di un laureato triennale, specialmente all’inizio della vita. Usiamo i dati del 2017.

  • “Diploma di scuola professionale26.840€;
  • Diploma di media superiore 30.093€;
  • Laurea triennale 24.456€;
  • Master di I livello41.395€;
  • Laurea Magistrale41.650€;
  • Master di II livello46.762€” (qui)

Punto paradossale: perché fare l’università triennale ci fa guadagnare meno di un diploma? Sicuramente l’esperienza di lavoro aiuta ad ingranare prima, rispetto a rimandare l’affacciarsi al lavoro di almeno 3 anni. La questione è si sfuma nella possibilità di cambiare lavoro o fare carriera che un titolo di studio ci aiuta. Ci aiuta perché abbiamo il pezzo di carta? No, ci aiuta perché ci fa sviluppare una capacità di pensiero ed astrazione che è molto rilevante nel mondo del lavoro. Inoltre ripeto che bisogna prima trovarlo un lavoro per avere uno stipendio, quindi avere un titolo di laurea aiuta eccome!

Come anticipato, il mercato del lavoro sta evolvendo e stiamo vivendo una fase di rivoluzione industriale e siamo ormai in una maturazione della digitalizzazione. I lavori che fanno i diplomati probabilmente sono “vecchi” e verranno sostituiti o evolveranno. Si pensi al settore dei cantieri o della produzione, l’avvento delle macchine lo sta rivoluzionando, ma lo stesso accade anche per il turismo e la ristorazione (si pensi al ruolo dei corrieri che oggi chiamiamo runner, le vendite online ecc.).

“nei primi 24 anni infatti un laureato guadagna solo il 10% in più rispetto a chi ha completato la scuola dell’obbligo, mentre nel finale di carriera si arriva anche al 70%.” (qui).

Cultura tossica universitaria

La questione più rilevante è che sebbene siano trattati male e ben poco considerati nelle aziende, i laureati italiani siano pochissimi.

Credetemi è davvero ridicolo parlare delle inutili guerre e faide tra facoltà o indirizzi di laurea, è una guerra tra piccole élite che piangono miseria. Questa tipologia di atteggiamento cultura universitario è tossico. I laureati in lettere che sono “bullizzati” da quelli di “economia” che a loro volta sono presi in giro da quelli di “ingegneria gestionale” che però non sono veri ingegneri perché i veri ingegneri sono quelli “meccanici” ecc. Sembra la canzone della fiera dell’est per chi la ricorda. Sterili discorsi che mostrano la mediocrità dell’Università e i valori distorti che passano agli studenti.

Il futuro del lavoro è multidisciplinare, ogni sapere ha una sua dignità e non si riduce mai al solo percorso universitario. Come fai a studiare per un lavoro che nemmeno esiste? Chi si è laureato nel 2009 in Economia veramente pensava che avrebbe fatto il “social media manager per le campagne di Facebook”? Social network lanciato nel 2004 per intenderci, no nel 1989.

Dati sul numero di laureati in Italia rispetto al mondo che conta

“Secondo l’Ocse, nel 2030 Cina e India potranno contare addirittura sulla metà dei laureati tra i grandi paesi del mondo: il 50% di tutti i laureati nel paesi Ocse-G20 saranno nati in India e in Cina. Nel decennio in corso la percentuale di dottori indiani e cinesi si ferma al 31%. Usa crollano all’8%, Russia al 4%” (qui).

Partiamo dal mondo e come sta diventando. L’Italia conta qualcosa? Non molto direi. Capire la propria dimensione è sicuramente un primo passo per essere onesti intellettualmente. L’Italia è una piccola economia e sarà sempre più marginale, così come la Francia, Gran Bretagna e pure la Germania. Singolarmente siamo dei “mocciosi” economici rispetto ai Paesi che realmente contano a livello di PIL.

“Nel 2018 – avverte Eurostat – si contavano infatti il 40,7% di giovani europei (30-34 anni ) in possesso di un titolo di formazione terziaria. Ma con vistose eccezioni, a partire dall’Italia che tra i 28 della Ue è praticamente fanalino di coda con il 27,8% di laureati, superata solo dalla Romania con il 24,6 per cento. L’Italia è anche tra i Paesi che conta più abbandoni agli studi, dopo Spagna, Malta e Romania.” (Sole24Ore)

Problematiche del mercato della formazione italiano

La domanda che dobbiamo porci con pragmatismo è: se gli italiani laureati sono pochi ed alcuni sono anche disoccupati, mentre altri sono sotto-occupati (cioè fanno mansioni più basse rispetto al loro potenziale e che sarebbero fattibili anche solo con un diploma) il problema dov’è?

Sappiamo che”4 su 10 sono senza lavoro o sottoccupati. E’ quanto risulta dai dati dell’Osservatorio statistico dei consulenti del lavoro secondo il quale nel 2017″ (ANSA)

Ho sempre notato una retorica in alcune persone che vanno contro l’Università (troppo teorica, inutile, vecchia, retorica ecc.) ed alcune osservazioni sono validissime. In primis il Baronaggio che è un problema di esercizio del potere in contesti statali, non è l’istituzione in quanto tale ma come venga gestita. Tra l’altro la questione ha sfumature orrende simili pure nella formazione per professionisti che mostra distorsioni simili.

Linkiesta “Università, la vergogna italiana: i baroni spadroneggiano, e ai giovani non resta niente”.

Questo è un problema di sistema, non territoriale. Un vero e proprio made in italy.

Problemi di voglia di formare lato aziende

Mi domando però se si punti il dito sempre verso il bersaglio più evidente, tralasciando le aziende. Io ho lavorato principalmente nei servizi (settore terziario) che ad oggi è praticamente il PIL italiano. Nonostante le vecchie narrazioni sugli operai, gli agricoltori ecc. ad oggi queste categorie di lavoratori sono sempre meno rilevanti e rappresentative del “lavoratore medio”. Per dimostrare ciò rimando a questo articolo che descrive la composizione del PIL italiano nei settori: Servizi, Costruzioni, Industria e Agricoltura (qui). Con buona pace di chi considera il lavoro fisico come il vero lavoro, è caduto da tanto tempo il muro di Berlino fatevene una ragione.

Nei servizi ho spesso notato (vedendo anche i volumi sugli investimenti in formazione e confrontandomi con i professionisti) che le aziende non hanno spesso né la capacità organizzativa né la volontà di formare le persone.

Personalmente credo che l‘Università debba essere più pratica, ma nemmeno troppo. Una conoscenza teorica può durare anche vari anni e tornare utile, una conoscenza pratica va in disuso (obsolescenza) anche in soli 8 mesi. Non bisogna solo imparare un software o a fare un bilancio con le leggi correnti, ma capirne anche le logiche astratte per essere in grado di muoversi anche quando lo scenario cambia (cambi azienda ed usi un altro programma, cambia la normativa ecc.). In questo vedo ancora il valore dell’Università italiana. Questo dislivello tra teorico e pratico dovrebbe essere colmato della aziende che ti formano con il loro know how, che dai loro siti sembra incredibile ma nei fatti inconsistente (perché vecchio, “abbiamo sempre fatto così”) o ristretto ai soli gruppi di potere.

Un altro problema che ho notato è che non esistono sufficienti lavorative di piccolo-medio livello (junior o middle), perché le aziende spesso o ti vogliono per stage per pagarti poco oppure cercano persone con elevata esperienza. Inoltre c’è un problema strutturale legato alle dimensioni medie delle aziende italiane che sono piccole e dunque non permettono di creare livelli junior, middle o senior.

Passare da tirocinante a posizioni con elevate responsabilità è molto raro. Qui andiamo nelle ormai note battute come “cercasi stagista con esperienza o junior con 4 anni di esperienza”. Questo dato è misurabile semplicemente analizzando gli annunci di lavoro disponibili anche stesso su LinkedIn.

In tal senso il mio consiglio per rompere questo mediocre sistema è cercare di lavorare in remoto per accumulare quell’anno di esperienza in autonomia (non più stage, o anche stage ma in cui sei anche formato e responsabilizzato) per poter poi accedere alle posizioni nel mercato interno italiano. Qui un mio articolo su dove trovare lavoro in remoto.

Inoltre ricordo a tutti i professionisti che non si finisce mai di studiare e bisogna tenersi aggiornatiBisogna anche avere più coraggio di sperimentare e confrontarsi con gli altri, questo aspetto culturale spesso manca e forse è una delle motivazioni per cui le aziende italiane restano piccole.

L’unione fa la forza, o meglio condividere le risorse permette una scalabilità dei costi e quindi maggiori margini. Se hai delle spese piccole ed individuali saranno più pesanti di spese anche più elevate ma condivise e mediamente più basse. Banalizzando, pensate a quanto pagate una birra o il vino da mezzo litro se lo comprate calice per calice o se comprate la bottiglia da 6 litri. Per comprare quella bottiglia così grande e quindi pagarlo di meno non puoi essere sempre da solo ma hai bisogno di compagni di avventura nell’impresa.