La chiamano “mini-retirement”, ma in italiano suonerebbe più come un anno sabbatico o una pausa di riflessione. Un trend che, quasi per gioco, è emerso in Inghilterra con il caso di Gary Neville, ma che in realtà è molto più diffuso – e interessante – di quanto si pensi. E in Italia? Siamo pronti o è ancora un’utopia?
Tutto è iniziato con un podcast. Gary Neville, ex calciatore inglese diventato imprenditore e commentatore sportivo, raccontava la sua abitudine di prendersi brevi pause regolari dal lavoro. “Una mini-pensione”, la definiva lui. Una formula che, almeno inizialmente, ha suscitato più di una risata.
“È solo un weekend in Spagna”, gli aveva risposto ironicamente l’intervistatore. Ma forse, dietro quella battuta, si nasconde una realtà che merita attenzione: prendersi del tempo per sé, fuori dai ritmi frenetici del lavoro, sta diventando sempre più un’esigenza diffusa.
Pausa sì, ma con consapevolezza
Nel mondo anglosassone – in particolare nel Regno Unito e negli Stati Uniti – la mini-pensione sta prendendo piede tra giovani imprenditori, freelance e professionisti under 35. Non si tratta di “fuga” dal lavoro, ma piuttosto di una pausa strategica per ricaricarsi, riflettere, sperimentare qualcosa di nuovo o semplicemente vivere con più intenzione.
Un trend generazionale? Sicuramente. Le nuove generazioni non vogliono aspettare i 67 anni per “vivere”, e scelgono piuttosto di inserire nel percorso professionale delle tappe di stop, di ricerca personale, di rigenerazione. Ma anche di ripensamento: la pausa non è tempo perso, è tempo guadagnato in lucidità e visione.
E in Italia?
In Italia, l’idea della mini-pensione resta ancora un po’ una chimera, anche se le cose stanno lentamente cambiando.
Nel nostro Paese, l’interruzione del lavoro è spesso vista come una debolezza o un rischio, soprattutto in un contesto culturale in cui il valore della stabilità lavorativa è ancora molto forte. “Prendersi una pausa” è qualcosa che si può permettere chi ha già “fatto carriera”, o chi ha accumulato una certa solidità economica. Per i più giovani, invece, è spesso un lusso difficile da concedersi.
Eppure, i segnali di un cambiamento ci sono. Alcuni imprenditori digitali, freelance del settore creativo o tech, dopo una fase intensa di lavoro, decidono di sospendere temporaneamente l’attività per viaggiare, formarsi o semplicemente rallentare. E condividono queste esperienze, spesso, proprio sui social, normalizzando l’idea che una pausa non sia una sconfitta, ma parte integrante di un percorso professionale moderno e sostenibile.
Un futuro (forse) più umano
Il concetto di “mini-pensione” mette in discussione una delle più grandi convinzioni del mondo del lavoro tradizionale: che si debba lavorare ininterrottamente per quarant’anni e poi “fermarsi per sempre”. Ma se, invece, cominciassimo a distribuire il tempo in modo più intelligente lungo la vita?
Alcune aziende, anche in Italia, stanno cominciando a rivedere le proprie politiche HR, includendo formule più flessibili, periodi sabbatici, possibilità di distacco temporaneo senza perdere il posto. Ma c’è ancora molta strada da fare.
Il vero salto culturale sarà quando una pausa nel CV non verrà più vista come una lacuna, ma come un momento di crescita personale e professionale. E questo non solo per chi ha “già fatto successo”, ma anche per chi è ancora in cerca della propria strada.
Quella che sembrava una bizzarria raccontata da Gary Neville – una “mini-pensione” di due giorni – è forse solo la punta dell’iceberg di un cambiamento profondo nel rapporto con il lavoro. Un cambiamento che, nei paesi anglosassoni, è già realtà per molti giovani imprenditori. E che in Italia, lentamente, potrebbe prendere piede. Ma servirà tempo, coraggio e – soprattutto – la volontà di riscrivere il significato di successo.